Ricercatrice attraverso la sua esperienza spiega come affrontare la grassofobia

Nina Navajas Pertegás ricercatrice presso il Dipartimento di lavoro sociale e servizi sociali dell’Università di Valencia, attraverso la propria esperienza ha condotto uno studio sulle conseguenze della grassofobia e l’imposizione culturale della magrezza, con un percorso corporeo che spazia dall’infanzia all’età adulta.
La metodologia scientifica, chiamata autoetnografia (è una forma di ricerca qualitativa in cui un autore utilizza l’autoriflessione e la scrittura per esplorare l’esperienza aneddotica e personale e connettere questa storia autobiografica a significati e comprensioni culturali, politiche e sociali più ampie), ha aiutato Nina Navajas Pertegás a concludere che lo stigma dell’essere grasso genera una sostanziale rinuncia al benessere fisico e psicologico per favorire l’ideale normativo del corpo, in cui vengono emarginate quelle persone il cui corpo non è normativo.
Lo studio pubblicato nella rivista di ricerca sociale Athenea Digital, spiega come l’epidemia di obesità – dichiarata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) nel 2020 a causa dell’aumento globale del sovrappeso e dell’obesità -, favorisca il fatto di essere una sottile autoevidenza dello stato della salute dell’individuo, in questo senso, ci sono diversi studi sociali che hanno denunciato che questa epidemia è stata costruita in modo allarmistico, considerando le poche ricerche a sostegno del fatto che essere grassi sia dannoso per la salute e la sua metodologia è discutibile.
Nina Navajas Pertegás sostiene che, nonostante il fatto che la cosiddetta guerra contro l’obesità operi in nome della salute, in realtà causa l’opposto: si rinuncia al benessere fisico e psicologico per raggiungere l’idealizzazione della magrezza.
L’autoetnografia inoltre indica che questo non è solo radicato nella popolazione, ma anche nelle istituzioni governative e sanitarie, che, secondo alcuni autori, costruiscono le persone grasse “come un problema medico, sociale e socioeconomico”. E non solo: la ricerca mostra che sia gli uomini sia le donne subiscono le conseguenze di questa imposizione. Tuttavia, colpisce di più le donne e incoraggia le loro forze ad essere compromesse dal loro peso corporeo.
Nina Navajas Pertegás ha detto:
«Ci sono molti interessi nella ricerca e nel finanziamento di studi che mostrano l’opposto di quello che spiego nel mio articolo, anche nelle organizzazioni internazionali come l’OMS, non si tratta di teorie del complotto, ma di vedere quali sono gli interessi nel modo che un messaggio o un altro venga diffuso. È molto difficile in questo senso combattere il discorso stabilito perché, sebbene ci siano prove empiriche che essere grassi non significa non essere sani, ci sono molte persone che hanno un’idea preconcetta e ti imbatti in un muro; per me non è importante il dibattito se puoi essere grasso e sano, ma se sia etico discriminare le persone in base alla loro corporatura, identità sessuale, etnia, ecc.».
Lo studio, oltre a denunciare le conseguenze dell’imposizione della magrezza, si propone di sottolineare che l’autoetnografia è valida quanto ogni altra tecnica metodologica scientifica, poiché consente alle persone affette di parlare e diventare “non solo obiettivi di ricerca ma individui che producono conoscenza”.
Nina Navajas Pertegás nel suo particolare caso spiega come tutti i suoi processi vitali fin dall’infanzia siano stati segnati da un’ossessione per le calorie, i chili e le opinioni di ciò che le circonda.
Il titolo dello studio: “Dovresti perdere peso, te lo dico perché ti amo”, era una delle tante frasi che Nina Navajas Pertegás ha dovuto ascoltare fino a quando non ha deciso, da adulta, di abbandonare la dittatura delle diete. Ha detto che è stato grazie alla laurea in Servizi sociali e un Master in Politiche di genere e uguaglianza presso l’Università di Valencia che ha iniziato a indagare sullo stigma dell’essere grassa. Ecco perché ora con una prospettiva di genere si dedica allo studio dei discorsi sulla salute e il grasso o la sociologia del corpo. La sua intenzione con questo studio è chiara, evidenziata da queste parole: «Contribuire a rendere possibili altre vite e naturalizzare l’idea che si può vivere grassi, perché anche le nostre vite sono intessute di affetto, divertimento, bellezza e felicità».

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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