Proposta dall’UE una web-tax del 3% per impedire ai giganti del web di evadere il fisco

L’organo esecutivo dell’Unione europea ha proposto una nuova insolita tassa: un prelievo sulle entrate (e non sugli utili) delle imprese tecnologiche. Molti paesi dell’UE dicono che l’industria tecnologica non sta pagando la sua giusta parte alle casse pubbliche, lo sforzo di reprimere i sistemi di elusione fiscale ha portato a elevate fatture recapitate negli ultimi anni ad Apple Inc. e Amazon.com Inc. L’idea alla base della nuova tassa è di concentrarsi sul luogo in cui sono stabiliti gli utilizzatori di tecnologia, piuttosto che sul luogo in cui un’impresa decide di stabilire la propria sede centrale in Europa.

1. Come funziona esattamente questa tassa?
Se Facebook vendesse ad esempio, un annuncio basato sui suoi utenti a Bruxelles, pagherebbe la tassa in Belgio. L’aliquota fiscale secondo il piano proposto sarebbe pari al 3% delle entrate dei servizi digitali. Ciò potrebbe fruttare circa 5 miliardi di euro di nuove entrate fiscali l’anno.

2. Non è più una questione UE?
Lo è, i leader dell’UE preferirebbero un approccio globale, ma diversi paesi hanno già dichiarato di essere disposti a procedere da soli fino a quando non si riprenderanno i lavori a livello internazionale. La nuova tassa dovrebbe essere un passaggio provvisorio fino a quando non sarà disponibile una soluzione più ampia e a lungo termine proposta dalla Commissione europea, sebbene i negoziati su tale argomento possano richiedere un po’ di tempo.

3. Chi sarebbe interessato?
La tassa secondo il piano della commissione coprirebbe le società che offrono servizi pubblicitari o che vendono dati degli utenti, come la madre di Google Alphabet Inc. e Facebook Inc . società che consente agli utenti di trovarsi e interagire tra loro o di fornire beni e servizi direttamente tra loro, come Airbnb Inc. e Uber Technologies Inc. Le società che rientrano nel campo di applicazione dell’imposta sono quelle con entrate annue a livello mondiale superiori a 750 milioni di euro e le vendite da servizi digitali tassabili all’interno dell’UE superiore ai 50 milioni di euro.

4. Quando entrerà in vigore la tassa?
Non subito. Qualsiasi proposta fiscale richiede l’approvazione unanime di tutti i 28 membri dell’UE, il che significa che un singolo paese dissidente potrebbe bloccarlo. I leader dell’UE terranno una prima discussione sul piano in un vertice del 22-23 marzo; i ministri delle finanze ne parleranno quando s’incontreranno in Bulgaria il prossimo mese. L’intero periodo di negoziazione e approvazione potrebbe richiedere mesi o addirittura anni.

5. Chi non è ancora a convinto?
Sebbene tutti i governi dell’UE concordino sulla necessità di modificare l’attuale sistema di tassazione delle società, alcuni paesi avvertono che una nuova tassa sul reddito digitale potrebbe spingere i clienti a utilizzare i prodotti al di fuori dei confini dell’UE o scoraggiare del tutto l’uso del digitale. L’Irlanda è tra i diversi paesi che hanno sostenuto che le questioni fiscali dovrebbero essere affrontate a livello globale e con l’aiuto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che già fornisce consulenza in materia di politica fiscale a 35 paesi sviluppati. L’OCSE, in un rapporto pubblicato il 16 marzo 2018, ha indicato che non c’è ancora un consenso globale su come tassare al meglio i servizi digitali.

6. Perché è così difficile tassare i giganti della tecnologia?
Le attuali norme fiscali europee sono state concepite per l’economia tradizionale, non tengono pienamente conto delle attività basate sui dati e sui beni immateriali, come la proprietà intellettuale. Ciò significa che i sistemi fiscali tradizionali finora non sono riusciti a cogliere le attività in cui il valore aggiunto tende a essere virtuale piuttosto che materiale. Le imprese digitali hanno inoltre cercato di approfittare delle scappatoie create da una norma europea non coordinata, queste scappatoie hanno permesso alle società tech di reindirizzare i profitti verso giurisdizioni a bassa tassazione, che non hanno l’imposta sul reddito delle società come le Bermuda, o l’Irlanda, che ha elaborato l’accordo speciale con Apple. La Commissione europea, ha evidenziato che le società tecnologiche globali pagano un’aliquota fiscale media del 9,5% rispetto al 23,2% delle imprese tradizionali.

7. Si tratta di una tassa destinata alle società tecnologiche statunitensi?
L’UE insiste che non lo è, anche se molti dei giganti tecnologici interessati sono aziende statunitensi. Pierre Moscovici commissario europeo agli Affari economici e finanziari, ha affermato che 120-150 società, molte delle quali non americane, rientrerebbe nella portata della tassa: “Questa non è una tassa anti-Usa”, ha detto Moscovici, aggiungendo che la “proposta della Commissione non è rivolta a nessuna compagnia o paese”.

8. Che cosa dicono le aziende?
Le aziende hanno messo in guardia contro le proposte di tassazione digitale dell’UE – in particolare per quanto riguarda il prelievo provvisorio – affermando che potrebbe danneggiare il contesto imprenditoriale. L’Information Technology Industry Council, rappresenta aziende come Amazon, Apple e Facebook, ha dichiarato in un comunicato stampa che la proposta della Commissione “nuoce alla certezza del business in Europa, raffredderebbe gli scambi e gli investimenti da parte delle aziende di tutto il mondo”. La scorsa settimana il segretario al Tesoro Usa Steven Mnuchin ha fatto eco alla loro posizione, dicendo che gli Stati Uniti si oppongono a individuare le società digitali, la fonte di molti nuovi posti di lavoro e gran parte della crescita economica degli Stati Uniti.

9. Come potrebbe profilarsi la strategia a lungo termine dell’UE?
La Commissione a più lungo termine, intende modificare le norme UE in materia d’imposta sulle società in modo che le società tecnologiche possano essere tassate nel luogo in cui hanno creato il valore e realizzati i profitti, non solo in quello in cui sono fisicamente presenti. Considerando che le misure unilaterali, paese per paese potrebbe richiedere tempo, la proposta è su una soluzione provvisoria. La proposta a lungo termine riguarderebbe le imprese che soddisfano uno dei tre seguenti criteri:
– oltre 7 milioni di euro di entrate annuali derivanti dai servizi digitali; – oltre 100.000 utenti l’anno;
– più di 3.000 contratti commerciali per servizi digitali creati in un anno.

Pino Silvestri

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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