Calciopoli: Una sentenza salva-sistema nell'Italietta del compromesso

Lo spettacolo evidentemente deve continuare. I centri di potere federale non vanno distrutti. Si trattiene la Juventus nel giro utile per i diritti televisivi e, con una squadra fortemente penalizzata, l’attenzione della tifoseria più numerosa d’Italia. Per il tribunale del calcio, la società bianconera si è liberata dei corruttori e ha mostrato di sapersi rapidamente rigenerare. Merita comprensione.
La serie B e non il baratro della C. Si condanna all’inferno Fiorentina e Lazio. È vero i viola – sostengono i giudici – hanno subito la violenza di un sistema a cui non volevano piegarsi. Ma, una volta piegati, hanno manipolato più gare. Nessuna comprensione. Si differenzia il Milan con una responsabilità meno grave.
Si discuterà per giorni se questa sia una sentenza giusta o troppo afflittiva o addirittura evanescente e tenue. Ma, sia detto con franchezza, il destino delle squadre non era l’unica posta in gioco in questo processo. La chiave più autentica di questo esito processuale la si rintraccia non solo nel futuro agonistico delle squadre (che, a ragione, è a cuore degli appassionati), ma nella sorte riservata ai dirigenti federali e agli arbitri coinvolti nella "corruzione strutturale" del mondo del pallone.
È utile ricordare brevemente qual era il quadro sottoposto al giudizio della commissione d’appello federale, presieduta per l’occasione da Cesare Ruperto. Lo si può tratteggiare con le parole e gli argomenti adoperati da Guido Rossi appena qualche giorno fa alla Camera. "L’aspetto più preoccupante del sistema calcio è la cattura e l’asservimento di parte dei vertici e degli organi di controllo della Figc e delle sue componenti più importanti come l’Associazione Italiana Arbitri".
Il cuore dello scandalo era dunque "la fortissima capacità di condizionamento e influenza" di alcuni soggetti su altri che avrebbero dovuto garantire, con la loro terzietà, campionati regolari, una corretta distribuzione delle risorse economiche-finanziarie, l’esistenza di meccanismi elettivi dei vertici federali realmente democratici.
Per farla breve, tutte le istituzioni di controllo e garanzia sono state compromesse dalla "corruzione strutturale" del sistema. Commissioni arbitrali, antidoping, organi inquirenti e tribunali sportivi. La perdita di indipendenza e terzietà dei vertici federali e degli organi di controllo, cioè di quei soggetti deputati a garantire le regole del gioco, è stata accompagnata dal venir meno di tutti i sistemi di controllo, anche esterni.
Se questo era il bubbone che bisognava incidere o eliminare, al di là della soluzione che salva in qualche modo lo spettacolo, credo che sia giusto chiedersi se la sentenza della Caf è coerente con l’obiettivo di ricostruire le garanzie del sistema e la trasparenza di un’istituzione con pene severamente afflittive per chi ha venduto la sua funzione. Da questo punto di vista, la sentenza è più o meno uno scandalo.
Franco Carraro ha guidato il calcio negli ultimi vent’anni. Questo calcio corrotto. Non importa qui sapere in quanti episodi neri è stato coinvolto. Qui conta dire che egli era consapevole che il gioco era truccato, in tutti i suoi aspetti. Dall’alto della Federazione e della Lega ha chiuso gli occhi sul traffico di passaporti falsi, di false fideiussioni. Ha iscritto al campionato società fallite. Ha retrocesso o recuperato squadre per via politica o governativa. Ha accettato le prepotenze intorno alla torta dei diritti televisivi. Quest’uomo, uno dei maggiori responsabili della catastrofe che si è abbattuta sul calcio italiano, per i giudici merita soltanto l’inibizione per 4 anni e 6 mesi. Senza radiazione.
Una sanzione analoga, dunque, alla pena che colpisce Diego Della Valle il quale, con ogni evidenza, ha subito, per così dire, la pressione estorsiva del sistema che lo ha costretto a venire a patti con chi lo governava. Non c’è coerenza. Né proporzione con la condanna inflitta ad Adriano Galliani, un anno.
Se appena ci si sposta dalle prime file alle seconde, a nomi magari meno luccicanti per il grosso pubblico, la cecità di questa sentenza è ancora più evidente. Pierluigi Pairetto truccava le designazioni degli arbitri. Vendeva la sua funzione. Se la cava con l’inibizione di 2 anni e 6 mesi. Tullio Lanese era il presidente degli arbitri. Era a conoscenza dei maneggi che agitavano la categoria delle giacche nere. Anche per lui 2 anni e 6 mesi. A gennaio del 2009 il signor Lanese uscirà dal purgatorio e, se lo vorrà, potrà trovare di nuovo un posticino sulla Grande Giostra. Massimo De Santis, l’arbitro furbissimo, che "si portava avanti con il lavoro", punendo con una settimana di anticipo gli avversari migliori della Juventus nella settimana successiva, paga pegno per 4 anni e 6 mesi. Nel gennaio 2011, se lo vorrà, potrà tornare in campo. Magari da direttore generale di una grande squadra che potrebbe ingaggiarlo proprio per i segretucci che conosce e per la sua capacità di maneggiare relazioni, contatti ed entrature.
Un bruttissimo spettacolo. Se mai ce ne fosse stato bisogno, il processo al calcio e la sentenza della Caf rafforzano il dubbio che l’ordinamento sportivo sia in grado di conservare con decoro le prerogative di istituzione separata.
Questa storia si risolve come sempre gli affari neri nell’Italietta del compromesso e della tolleranza, quell’Italietta che sa diventare feroce con i perdenti. Caduti nella polvere, Antonio Giraudo e Luciano Moggi – amministratore delegato e direttore generale della Juventus – pagano per tutti. Sono "stati ritenuti responsabili di un solo episodio di illecito sportivo, tuttavia – scrivono i giudici – l’illecito è caratterizzato da una condotta continuativa nel corso di tutto il campionato al fine di realizzare l’intento di procurare una vantaggio in classifica mediante il controllo diretto o indiretto della classe arbitrale". Per il tribunale, è un "fatto disciplinarmente più grave di quello si realizza mediante la condotta diretta all’alterazione dello svolgimento di un risultato di una singola partita".
Traduciamo. Giraudo e Moggi controllavano gli arbitri per avvantaggiare la Juventus e per questo pagano il prezzo più alto. Incomprensibile come non paghi lo stesso prezzo chi "continuativamente" si è lasciato controllare, chi ha chiuso gli occhi dei controllori, chi ha avuto la responsabilità di assicurare la correttezza dei controllati. La rete dei rapporti delle coppia bianconera era descritta con molti dettagli nelle conclusioni degli investigatori di Francesco Saverio Borrelli, ma quel lavoro "interpretativo" è stato per gran parte demolito o amputato . Giraudo e Moggi, capri espiatori, sono gli unici tesserati per i quali il "tribunale" chiede la radiazione.
Se Guido Rossi non riscriverà per intero le regole dell’organizzazione di questo gioco, il calcio rimarrà quello che è stato finora, quel che è in fondo il Paese. Un mondo condizionato dai conflitti di interesse, governato dalle consorterie, paralizzato dalle lobbies. Senza nessun sistema di controllo intermedio, nessun anticorpo fisiologico, flessibili controlli amministrativi. Sarà un mondo che ha escluso Giraudo e Moggi. Resterà il calcio degli eredi di Franco Carraro, di Pierluigi Pairetto, di Tullio Lanese, di Massimo De Santis.
Fonte: Giuseppe D’Avanzo

Pino Silvestri

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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3 thoughts on “Calciopoli: Una sentenza salva-sistema nell'Italietta del compromesso

  1. Io non capisco come si faccia a dire che le punizioni non sono dure. Per qualunque squadra tu faccia il tifo prova a immaginare un campionato di b con 12 o 30 punti di penalizzazione. E’ ovvio che l’anijuventinismo si voleva rifare di anni di odio e avrebbe voluto la juve radiata e sarebbe stato poco, ma basta ragionare un po’ per capire che questa pena è dura e come. Fermo restando che poi si sente Moratti che offre miliardi per questo o quell’altro giocatore a dimostrazione che il calcio non è cambiato. Ma evidentemente non era questo che si voleva, bastava uccidere il mostro.

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