Tutto quello che c’è da sapere sulla crisi demografica del Giappone

Perché il Giappone è nei guai?
I giapponesi ora hanno uno dei tassi di fertilità più bassi del mondo, e, allo stesso tempo, uno dei tassi di longevità più alta. Come risultato, la popolazione diminuisce rapidamente, diventando sempre più predisposta verso persone anziane. La popolazione del Giappone dopo il picco di sette anni fa (128 milioni di persone) è in calo con una diminuzione di circa un milione di persone l’anno. Le stime del governo dicono che entro il 2060 in Giappone ci saranno solo 87 milioni di persone, quasi la metà di loro avrà più di 65 anni.
Il Giappone senza un drastico cambiamento nel tasso di natalità o le sue politiche restrittive in materia d’immigrazione, non avrà i lavoratori sufficienti per sostenere i propri pensionati, ed entrerà in una spirale di morte demografica. Eppure i bambini non stanno arrivando.

Sesso, perché no?
Il quotidiano britannico The Observer recentemente ha provocato scalpore internazionale, segnalando che i giovani giapponesi hanno perso interesse per il sesso. La conclusione sensazionalista era per lo più basata su una singola statistica: un sondaggio ha rivelato che il 45 per cento delle donne e il 25 per cento degli uomini di età 16-24 anni hanno detto che non stavano cercando di fare sesso. L’articolo ha anche citato la frase shokogun shinai sekkusu, o “sindrome del celibato”, come se si trattasse di una tendenza importante. In realtà, più che nei decenni passati, molti single giapponesi fanno sesso: nel 1990, il 65 per cento delle donne non sposate (oggi il 50 per cento) e il 45 per cento degli uomini sposati (oggi il 40 per cento) non avevano mai avuto rapporti sessuali.
Il professor Jeff Kingston, a Bloomberg ha detto: «Certo i giapponesi fanno sesso, se il numero dei Love Hotel è un valido barometro, sembra che in tanti stanno facendo molto sesso».

La sindrome del celibato è un mito?
Non del tutto. C’è chiaramente un sottoinsieme di giovani giapponesi che si sono ritirati dal corteggiamento per concentrarsi sul porno online e giochi come Nintendo’s Love, in cui i giocatori conducono una relazione con una ragazza anime. Centinaia di migliaia di giovani uomini conosciuti come hikikomori (per definizione il termine può essere utilizzato anche al plurale, è riferito a chi si ritira dalla società), evitano il contatto umano e trascorrono le loro giornate a giocare ai videogiochi e leggere i fumetti nelle case dei loro genitori (come meglio specificato più avanti in questo articolo). La maggior parte dei giovani giapponesi non ha amici e relazioni – non pensano a sistemarsi. Il tasso di nuzialità è crollato, e con esso il tasso di natalità (le nascite fuori dal matrimonio sono rare in Giappone). Nel 1975, solo il 21 per cento delle donne e il 49 per cento degli uomini sotto i 30 anni non erano mai stati sposati, entro il 2005, le cifre erano il 60 per cento delle donne e il 72 per cento degli uomini.

Perché non si sposano?
Ci sono barriere culturali ed economiche. Il matrimonio nella tradizione giapponese era più sul dovere che sull’amore romantico. I matrimoni combinati nel 1970 erano la norma, anche nel 1990 la maggior parte dei matrimoni erano stati facilitati da “intermediari”, spesso i capi degli sposi. Lasciati a se stessi, gli uomini giapponesi non sono sicuri di come trovare le mogli, molti sono timidi, altri semplicemente non possono permetterselo. I salari sono rimasti fermi dal 1990, mentre i prezzi delle case sono saliti. Un giovane giapponese ha buone ragioni per credere che il suo tenore di vita scenderebbe notevolmente per poter mantenere una moglie e dei figli – soprattutto se si considera che la moglie probabilmente non avrebbe lavorato.

Perché fare questa supposizione?
In Giappone, il matrimonio di solito blocca la carriera lavorativa di una donna, anche se la maggior parte delle donne sono ben istruite. Le donne una volta che hanno un figlio devono affrontare una forte pressione sociale per lasciare il loro lavoro e assumere ruoli molto tradizionali al servizio del marito e del figlio. Le madri che vogliono continuare a lavorare sono stigmatizzate, spesso non sono più assunte dai datori di lavoro. La cura dei bambini è scarsa e costosa, mentre la brutale cultura del lavoro del Giappone spesso richiede ai dipendenti di lavorare più di 50 ore la settimana. I mariti giapponesi non sono di grande aiuto, in media dedicano un’ora al giorno per dare una mano con i bambini e le faccende domestiche, rispetto alle tre ore dei mariti negli Stati Uniti e in Europa occidentale.
Eri Tomita, lavora in banca, al The Observer ha detto: «Si finisce per essere un’indipendente casalinga senza reddito, non è un’opzione per le donne come me».

Potrebbe cambiare questa tradizione?
Il primo ministro Shinzo Abe vuole cambiare, quest’autunno ha rinominato il suo piano economico da “Abenomics” (è il nome dato a una serie di misure introdotte dal primo ministro Shinzo Abe) a “Womenomics” (il Giappone nella propria economia riconosce l’importanza dell’apporto delle donne). Shinzo Abe all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ha detto: «Creare un ambiente in cui le donne trovano comodo lavorare, non è più una questione di scelta per il Giappone. Si tratta invece di una questione della massima urgenza».
Shinzo Abe ha promesso di ampliare l’offerta di asili nido e di promuovere forme di lavoro flessibile in modo che le donne non dovranno più scegliere tra lavoro e maternità, e ha sfidato le imprese per promuovere le donne al top management. La maggior parte degli economisti, però, ritiene che le tendenze non cambieranno abbastanza velocemente da evitare una vera e propria crisi demografica. Heizo Takenaka professore di economia ha detto: “Il Giappone prima o poi dovrà affrontare la necessità d’immigrazione”.

Un’epidemia di rinchiusi
Il giovane Takeshi per anni nascosto dal mondo, giocava ai videogiochi tutta la notte e dormiva tutto il giorno, mangiava da un vassoio che sua madre lasciava fuori dalla sua stanza. Era un hikikomori, uno dei circa un milione di adolescenti e giovani uomini giapponesi che condizionati da brutti voti a scuola, imbarazzo sociale o un rifiuto romantico, vivono rinchiusi senza alcun contatto umano di là dai loro genitori: è difficile da cambiare più a lungo si abbandonano, più vergogna hanno in una società, dove il proprio status e la reputazione sono di primaria importanza. I genitori, soprattutto le madri, spesso consentono il ritiro. Tamaki Saito psichiatra, è stato il primo a identificare la malattia nel 1990 ha detto:
«In Giappone, le madri e figli spesso hanno un simbiotico rapporto co-dipendente. Il giovane Takeshi è rientrato in società dopo quattro anni, grazie ad un programma di governo che invia i consiglieri di sensibilizzazione femminili note come “sorelle in affitto” per convincere i hikikomori a uscire da casa».
Il programma non sempre funziona, come ha detto un rinchiuso da quindici anni: “Ho perso la mia occasione”.

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Pino Silvestri

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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