I “fantasmi” del coronavirus Covid-19 sono stati trovati nell’intestino

Ami Bhatt oncologa e genetista durante il caos dei primi mesi della pandemia di coronavirus Covid-19, è stata incuriosita dalle notizie diffuse di vomito e diarrea nelle persone infettate dal virus SARS-CoV-2, ha detto: «All’epoca si pensava che si trattasse di un virus respiratorio».
Ami Bhatt e i suoi colleghi, sul possibile legame tra il virus e i sintomi gastrointestinali, hanno iniziato a raccogliere campioni di feci di persone affette da Covid-19.
Timon Adolph internista gastroenterologo presso la Stanford Medicine in California a migliaia di chilometri di distanza dal laboratorio di Ami Bhatt è rimasto perplesso di fronte alle segnalazioni di sintomi intestinali nelle persone infette. La lungimiranza degli scienziati a due anni dall’inizio della pandemia, ha dato i suoi frutti: entrambi i team recentemente hanno pubblicato loro risultati nella rivista Nature, suggeriscono che tracce di SARS-CoV-2 possono rimanere nell’intestino per più mesi dopo l’infezione iniziale. Le scoperte si aggiungono a un crescente numero di riscontri a sostegno dell’ipotesi che tracce persistenti di virus “fantasmi” del coronavirus Covid-19, come li ha definiti Ami Bhatt, possano contribuire alla misteriosa condizione denominata Long Covid. Ami Bhatt ha affermato: «Devono ancora essere fatti altri studi, e non sono facili».
Long Covid è spesso definito come sintomi che si protraggono oltre le 12 settimane successive a un’infezione acuta, più di 200 sintomi sono stati associati a questo disturbo, la cui gravità varia da lieve a debilitante. Le teorie sulle sue origini includono risposte immunitarie dannose, piccoli coaguli di sangue e residui virali persistenti nell’organismo. Molti ricercatori ritengono che un mix di questi fattori contribuisca all’onere globale della malattia.
Il primo indizio che il coronavirus potesse persistere nell’organismo è stato suggerito dalla ricerca pubblicata nel 2021 dal gastroenterologo Saurabh Mehandru della Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York e dai suoi colleghi. Hanno evidenziato nelle cellule che rivestono l’intestino la proteina che il virus utilizza per entrare nelle cellule.
Saurabh Mehandru e il suo team hanno riscontrato acidi nucleici e proteine virali nel tessuto gastrointestinale prelevato da persone che quattro mesi prima era stato diagnosticato il Covid-19. I ricercatori hanno anche studiato i linfociti B della memoria immunologica dei partecipanti, che sono elementi fondamentali del sistema immunitario. Il team ha scoperto che gli anticorpi prodotti da queste cellule B continuavano a evolversi, suggerendo che, a sei mesi dall’infezione iniziale, le cellule rispondevano ancora alle molecole prodotte dal SARS-CoV-2.
Saurabh Mehandru e i suoi colleghi ispirati da questo lavoro, hanno scoperto che alcune persone sette mesi dopo un’infezione iniziale lieve o moderata da SARS-CoV-2, continuavano a rilasciare nelle feci il RNA virale, ben oltre la fine dei sintomi respiratori.

Il virus mira all’intestino
Timon Adolph ha affermato che la ricerca del 2021 ha ispirato il suo team a esaminare i campioni bioptici alla ricerca di segni di coronavirus Covid-19. Hanno scoperto che 32 dei 46 partecipanti allo studio che avevano avuto il Covid-19 lieve, sette mesi dopo l’infezione acuta, nell’intestino mostravano tracce di molecole virali. Circa due terzi di queste 32 persone presentavano sintomi di Long Covid.
Tutti i partecipanti a questo studio avevano una malattia infiammatoria intestinale, un disturbo autoimmune. Timon Adolph ha sottolineato che i suoi dati non stabiliscono che in queste persone ci sia un virus attivo o che il materiale virale sia la causa del Long Covid; nel frattempo altri studi hanno suggerito la presenza di residui virali persistenti al di fuori dell’intestino.
È stato evidenziato che un altro gruppo di ricercatori ha studiato i tessuti prelevati dalle autopsie di 44 persone a cui era stato diagnosticato il Covid-19, hanno trovato tracce di RNA virale in molti siti, tra cui cuore, occhi e cervello. Il RNA virale e le proteine sono state rilevate fino a 230 giorni dopo l’infezione. Lo studio non è ancora stato sottoposto a revisione paritaria.

Nascondigli virali
I ricercatori hanno detto che quasi tutte le persone di quel campione avevano avuto il Covid-19 grave, ma lo studio separato su due persone che avevano avuto il Covid-19 lieve seguito da sintomi di Long Covid ha riscontrato il RNA virale nell’appendice e nella mammella.
Joe Yeong dell’Istituto di Biologia Molecolare e Cellulare dell’Agenzia per la Scienza, la Tecnologia e la Ricerca di Singapore, coautore del rapporto, che non è stato sottoposto a revisione paritaria, ipotizza che il virus possa infiltrarsi e nascondersi nelle cellule immunitarie chiamate macrofagi, che si trovano in diversi tessuti dell’organismo.
Saurabh Mehandru ha affermato:
«Tutti questi studi supportano la possibilità che i residui virali a lungo termine contribuiscano al Long Covid, ma i ricercatori dovranno lavorare di più per dimostrare in modo definitivo il legame. Dovranno documentare che il coronavirus Covid-19 si sta evolvendo in persone non immunocompromesse e dovranno collegare tale evoluzione ai sintomi del Long Covid, al momento ci sono prove aneddotiche, ma restano molte incognite».
Ami Bhatt spera che si possano rendere disponibili campioni per verificare l’ipotesi del residuo virale. Il National Institute of Health degli Stati Uniti, ad esempio, sta conducendo un ampio studio chiamato Recover, mira ad affrontare le cause del Long Covid, analizzando biopsie dell’intestino tenue di alcuni partecipanti.

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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