Photoshop aiuterà a identificare le immagini che sono state ritoccate con Photoshop

Il fiore all’occhiello del fotoritocco di Adobe Photoshop ha così tanto successo che il marchio è sinonimo di contraffazione digitale. Entro la fine dell’anno diventerà un portabandiera per la proposta di un antidoto: la tecnologia che tagga le immagini con i dati sulle loro origini per aiutare gli editori di notizie, i social network e i consumatori a evitare di essere ingannati.
Adobe ha iniziato a lavorare alla sua Content Authenticity Initiative lo scorso anno con partner tra cui Twitter e The New York Times. La scorsa settimana, ha pubblicato un White paper (“Libro bianco”, indica generalmente un rapporto ufficiale pubblicato da un governo nazionale o da un’organizzazione internazionale su un determinato argomento o settore di attività) definisce uno standard aperto per taggare immagini, video e altri media con dati con firma crittografica come posizioni, timestamp e chi li ha catturati o modificati.
Adobe afferma che entro la fine dell’anno integrerà la tecnologia in una versione di anteprima di Photoshop, questa sarà la prima vera prova di una risposta ambiziosa – o forse donchisciottesca – alle preoccupazioni circa gli effetti di corrosione della democrazia della disinformazione online e delle immagini false.
Andy Parsons sullo standard dirige il lavoro di Adobe, ha detto:
«Immaginiamo un futuro in cui se qualcosa nelle informazioni bancarie arriva senza dati CAI ad esso allegati, potresti guardare un assegno bancario con ulteriore scetticismo e non voler fidarti. Photoshop con un sistema simile al CAI e altri software aggiungerebbe metadati alle immagini o ad altri contenuti per registrare proprietà ed eventi chiave, come la fotocamera o la persona che ha scattato una foto e quando il file è stato modificato o pubblicato su un sito di notizie o un social network. La crittografia verrebbe utilizzata per firmare digitalmente i metadati e associare nuovi tag a quelli vecchi, creando una registrazione della vita di un’immagine. I consumatori se quel sistema guadagnasse terreno, un giorno potrebbero essere spinti a rimuginare sulle origini delle immagini e dei video che vedono sui siti di social networking».
Il modo più semplice sarebbe che servizi come Twitter consentissero agli utenti di ispezionare i tag su un’immagine o un video. Lo standard potrebbe anche migliorare i sistemi automatizzati che i siti social hanno implementato per aggiungere avvertimenti ai post che diffondono falsità, come quelli che Twitter e Facebook mettono sulla disinformazione coronavirus Covid-19.
I post su una tragedia in atto come una sparatoria ad esempio potrebbero ottenere un’etichetta di avvertimento se utilizzano immagini che i tag indicano provenire da una posizione diversa; non è chiaro se le aziende tecnologiche troveranno i tag utili o abbastanza affidabili da coinvolgere gli utenti. Twitter ha rifiutato di dire quando potrebbe testare la tecnologia, ma un portavoce ha detto in una dichiarazione che continuerà a lavorare al progetto. Ha sottolineato: «Questo White paper cerca di fornire una visione chiara del potenziale unico della Content Authenticity Initiative su tutti i media e le piattaforme online».
Facebook non ha risposto a una richiesta di commento.
I produttori di fotocamere, i creatori di software di editing come Photoshop, gli editori e le piattaforme social per far funzionare il tagging di autenticità dovranno supportare lo standard. Le autorità attendibili selezionate dal progetto controllerebbero l’accesso ai certificati digitali necessari per firmare crittograficamente i metadati.
Il mondo dovrebbe avere la possibilità di provare questa visione per un Internet più trasparente. Adobe entro la fine del corrente anno prevede di incorporare lo standard in una versione preliminare di Photoshop, nonché nel suo social network Behance in cui i creativi mostrano il loro lavoro.
Truepic, una startup il cui software di verifica fotografica è utilizzato nelle app di assicuratori e altri clienti, prevede di rilasciare un software beta che integra la codifica CAI nella fotocamera di uno smartphone Android e nell’hardware crittografico. Sherif Hanna, vicepresidente dell’azienda, afferma che abbracciare lo standard aperto offre la possibilità di vedere un più ampio utilizzo delle idee su cui Truepic stava già lavorando. Google ha rifiutato di commentare se si stesse interessando a CAI; Apple non ha risposto a una richiesta di commento.
Il primo test dal vivo del CAI nel mondo dell’informazione molto probabilmente verrà dal New York Times. Il capo della ricerca e sviluppo del giornale, Marc Lavallee, sognava di testare la tecnologia in un importante evento mediatico quest’anno, forse una convenzione politica. Ora a causa della pandemia sta guardando agli eventi successivi alle elezioni presidenziali.
Il gruppo di Marc Lavallee oltre a pensare a come integrare lo standard negli strumenti di raccolta, modifica e pubblicazione di notizie del New York Times, sta anche pensando a quali dati non includere nei tag. Hanno detto: «Se sei un fotografo in un’unità operativa avanzata in Afghanistan, non vogliamo che ogni latitudine-longitudine in cui hai scattato una foto sia apertamente visibile».
Il più grande test per CAI potrà realizzarsi se lo standard sarà adottato dai siti di social media, che sono diventati un campo di battaglia contro la disinformazione. Marc Lavallee è incoraggiato dal fatto che Twitter, Facebook e altre società di social media abbiano iniziato a rimuovere ed etichettare più attivamente la disinformazione politica e pandemica. Ha detto:
«Ciò dovrebbe rendere gli avvisi basati sui dati CAI più appetibili sia per le aziende tecnologiche sia per i loro utenti. Le persone si sentono più a proprio agio nel vedere questi segnali, riuscire a bloccare le persone ben intenzionate e in procinto di condividere involontariamente disinformazione, è un ottimo punto di partenza».
L’uso della crittografia da parte dello standard CAI rende difficile la manomissione dei suoi tag, ma ci sono modi in cui i cattivi personaggi potrebbero sovvertirli: un metodo riconosciuto nel White paper del progetto è quello di rimuovere i tag CAI da un file e aggiungerne di falsi. La persona o un’organizzazione che lo ha fatto potrebbe essere bloccata dall’autorità di certificazione che hanno utilizzato per firmare i tag fuorvianti, ma ciò potrebbe non annullare il danno prodotto da un falso falsamente accreditato o nel suo complesso ripristinare la fiducia nel sistema.
Wael Abd-Almageed, professore presso l’Università della California meridionale che lavora su software per rilevare i deepfake, ha affermato:
«La più grande potenziale debolezza è che il sistema può essere applicato solo a un minuscolo frammento di contenuto online, il Washington Post e il New York Times probabilmente lo useranno ed è fantastico, ma che cosa possiamo dire dei contenuti generati dagli utenti che diventano virali? I falsi continueranno a diffondersi facilmente se la maggior parte dei contenuti non ha tag CAI, quindi lavorare su sistemi che analizzano le immagini per rilevare i falsi rimane fondamentale».
Sherif Hanna, di Truepic, afferma che la copertura totale non è necessaria affinché CAI abbia un impatto, può ottenere un sostegno significativo a causa della diffusa preoccupazione per la disinformazione online. Il sistema può essere utile, anche se non è infallibile al 100%, sottolinea somiglianze collegate con il sistema delle autorità di certificazione che sostiene la crittografia online. Ha detto:
«Quel sistema non è perfetto – si verificano attacchi di pirateria informatica – ma la crittografia online per lo più funziona. La fiducia può essere più complicata da stabilire per lo standard CAI, perché molte più persone creano, condividono e manipolano i media rispetto all’avvio di servizi web crittografati. Riconosco che i sostenitori del progetto devono comunicare con attenzione i punti di forza e di debolezza della tecnologia. Dobbiamo educare i consumatori sul fatto che nulla è sicuro al 100%, ma stanno ottenendo maggiori garanzie sulla provenienza di qualcosa e se è stato manipolato».

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Pino Silvestri

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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