Scienziati hanno utilizzato l’innovativa scansione 3D e il virtuale crash test per studiare il puzzle evolutivo del baculum (osso penico)

Il sesso per i furetti è un rapporto prolungato, l’accoppiamento potrebbe durare fino a tre ore. Fortunatamente per i maschi della specie, stanno studiando per aiutarli in questo compito impegnativo. Alcuni mammiferi (tra cui furetti, topi, cani e persino scimmie) hanno un osso all’interno del pene, chiamato baculum.
Le ossa si sono evolute in diverse forme e dimensioni, da quello del tasso del miele, somigliante a una spatola per gelato, a quello lungo e sottile di un orso nero. E’ sempre stato un po’ misterioso il motivo per cui le ossa del pene si sono evolute in alcune specie di mammiferi maschi.
Gli esseri umani in realtà sotto quest’aspetto sono insoliti poiché la nostra specie ha perso l’osso mineralizzato, la rigidità dell’erezione è fornita interamente dalla pressione esercitata del sangue nei corpi cavernosi: il fatto che il pene umano faccia affidamento esclusivamente a mezzi idraulici per raggiungere uno stato rigido lo rende particolarmente vulnerabile alle variazioni della pressione sanguigna.
Negli animali in possesso di un baculum, i maschi con ossa peniene più larghe hanno dimostrato di avere un maggior numero di figli. Tuttavia, l’esatto impatto dell’osso del pene sulla fertilità maschile è rimasto un rompicapo.

Protezione dell’uretra
La nuova ricerca si è avvalsa d’innovative simulazioni al computer ispirate alla scansione 3D e all’ingegneria, ha rivelato che nei carnivori (il gruppo comprende gatti, orsi, cani e donnole), il baculum può aiutare i maschi a riprodursi per lunghi periodi. L’ipotesi di “intromissione prolungata” suggerisce che l’osso del pene si è evoluto per proteggere l’uretra (funge anche da canale per il passaggio dello sperma).
Altri studi hanno riscontrato prove contrastanti a sostegno di questa idea, alcuni a favore e altri contro. In parte, ciò può essere dovuto al fatto che in precedenza sono state ignorate importanti caratteristiche del baculum. Le ossa del pene si distinguono per la forma differente, con specie che si distinguono per la bizzarra presenza di punte, creste e solchi.
I biologi in precedenza hanno incluso nei loro modelli di funzione del baculum solo le metriche di base (lunghezza e diametro delle ossa). Il nuovo studio ha cercato di superare il limite di questa conoscenza.

Virtuale “crash test” dell’osso del pene
I ricercatori Charlotte A. Brassey (Scuola di scienza e ambiente, Manchester Metropolitan University), James D. Gardiner (Istituto per l’invecchiamento e le malattie croniche, Università di Liverpool) e Andrew C. Kitchener (Dipartimento di Scienze Naturali, Musei Nazionali scozzesi), per approfondire lo studio e andare oltre le metriche di base, hanno utilizzato “l’analisi agli elementi finiti” (FEA), è una tecnica di modellazione digitale più familiare a ingegneri e fisici: in pratica per calcolare la resistenza dell’oggetto, virtualmente un modello computerizzato 3D è sottoposto a “crash test”. Il metodo virtuale per prevedere le prestazioni senza danneggiare fisicamente l’oggetto, comunemente è applicato a strutture come ponti o auto da corsa.
I ricercatori hanno detto:
«Il vantaggio principale di FEA è che l’intera forma 3D del baculum è stata valutata nelle nostre stime della forza ossea. I nostri risultati suggeriscono che gli animali che si riproducono in periodi prolungati, tipicamente hanno ossa del pene che sono molto più forti delle altre specie che si accoppiano rapidamente».

Dove sono tutte le femmine?
I ricercatori in conclusione hanno detto:
«Le ricerche precedenti, compreso il nostro studio, hanno avuto la tendenza a concentrarsi maggiormente sull’anatomia maschile, escludendo quella femminile. Nei mammiferi, meno di un quarto di tutti gli studi sull’evoluzione dei genitali hanno incluso entrambi i sessi: questo pregiudizio in parte può derivare da problemi pratici, gli organi genitali maschili sono costituiti da parti rigide esterne al corpo, più facile da studiare, ma può anche riflettere l’idea sbagliata del sistema riproduttivo femminile come un vaso “passivo”, rispetto alle strutture maschili più “attive”. Ciò significa che potenzialmente abbiamo trascurato importanti interazioni tra i sessi. Fortunatamente, con l’applicazione di nuove tecniche d’imaging a raggi X e la modellazione al computer, la nostra consapevolezza dell’anatomia genitale femminile sta cominciando a recuperare terreno.
Ora tornando all’approccio più olistico dello studio della riproduzione animale, stiamo estendendo la ricerca per includere anche le dimensioni e la forma del tratto vaginale e per catturare il movimento dei genitali durante l’accoppiamento».

Pino Silvestri

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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