Le cellule T possono sferrare attacchi contro la SARS-CoV-2 e nuove varianti Covid-19

Il nuovo studio condotto dagli scienziati del La Jolla Institute for Immunology (LJI) suggerisce che le cellule T cercano di combattere il virus SARS-CoV-2 che causa il coronavirus Covid-19 prendendo di mira una vasta gamma di siti sul virus – oltre i siti chiave sulla proteina spike del virus. Il corpo umano attaccando il virus da molte angolazioni, ha gli strumenti per riconoscere potenzialmente diverse varianti di SARS-CoV-2.
La nuova ricerca, pubblicata il 27 gennaio 2021 su Cell Report Medicine, finora è l’analisi più dettagliata di quali proteine di SARS-CoV-2 stimolano le risposte più forti da parte delle cellule T “helper” CD4+ e delle cellule T “killer” CD8+ del sistema immunitario.
Alessandro Sette che ha condotto il nuovo studio con Alba Grifoni, ha detto:
«Ora siamo in possesso della conoscenza di quali parti del virus sono riconosciute dal sistema immunitario».
I due ricercatori hanno condotto la ricerca sulle risposte immunitarie al virus dall’inizio della pandemia. I loro studi precedenti in collaborazione con i membri della Task Force LJI Coronavirus, mostrano che le persone possono avere un’ampia gamma di risposte al virus: alcune persone hanno forti risposte immunitarie e se la cavano bene, altri con risposte immunitarie meno forti hanno maggiori probabilità di finire in ospedale. Visto che più persone sono state già vaccinate e altre lo saranno nei prossimi mesi, gli scienziati LJI stanno monitorando come diverse persone sviluppano l’immunità alla SARS-CoV-2, inoltre stanno studiando come le cellule T potrebbero combattere diverse varianti di SARS-CoV-2. Il lavoro si avvale dell’esperienza del laboratorio nella previsione e nello studio delle risposte dei linfociti T a virus dengue e Zika.
Alba Grifoni ha detto:
«Lo studio è ancora più importante con il coronavirus Covid-19 perché è una pandemia globale, quindi dobbiamo tenere conto delle risposte immunitarie in diverse popolazioni».
Il sistema immunitario è molto flessibile. Rimescolando il materiale genetico, può produrre cellule T che rispondono a una vasta gamma di obiettivi, o epitopi, su un patogeno; alcune risposte delle cellule T saranno più forti contro alcuni epitopi rispetto ad altri. I ricercatori chiamano “immunodominanti” quelli che provocano una forte risposta delle cellule immunitarie.
I ricercatori per il nuovo studio hanno esaminato le cellule T di 100 persone che si erano riprese dall’infezione da SARS-CoV-2. Hanno quindi esaminato da vicino la sequenza genetica del virus per separare i potenziali epitopi dagli epitopi che queste cellule T avrebbero effettivamente riconosciuto. La loro analisi ha rivelato che non tutte le parti del virus inducono la stessa forte risposta immunitaria. I linfociti T, in effetti, possono riconoscere dozzine di epitopi su SARS-CoV-2, e anche questi siti immunodominanti cambiano da persona a persona. Ogni partecipante allo studio in media aveva la capacità di riconoscere circa 17 epitopi di cellule T CD8 + e 19 epitopi di cellule T CD4 +.
Il nuovo studio mostra che mentre il sistema immunitario spesso attiva una forte risposta contro un particolare sito sulla proteina “spike” del virus chiamato dominio di legame del recettore, questa regione non è in realtà così brava a indurre una forte risposta da cellule T helper CD4 +. Le persone senza una forte risposta dei linfociti T CD4 +, tuttavia, potrebbero essere lente a attivare il tipo di risposta immunitaria neutralizzante che cancella rapidamente il virus. Fortunatamente, l’ampia risposta immunitaria è utile e la maggior parte delle persone ha cellule immunitarie in grado di riconoscere siti diversi dal dominio di legame del recettore.
I ricercatori tra i molti epitopi che hanno scoperto hanno identificato diversi epitopi aggiuntivi sulla proteina spike SARS-CoV-2. Alba Grifoni ha detto:
«Questa è una buona notizia, prendendo di mira molti siti vulnerabili sulla proteina spike, il sistema immunitario sarebbe ancora in grado di combattere le infezioni, anche se alcuni siti sul virus cambiassero a causa delle mutazioni. La risposta immunitaria è abbastanza ampia da compensare ciò».
I ricercatori dall’annuncio della variante britannica a rapida diffusione di SARS-CoV-2 (chiamata SARS-CoV-2 VUI 202012/01), hanno confrontato i siti mutati su quel virus con gli epitopi che hanno trovato. Alessandro Sette in questo studio ha osservato che le mutazioni descritte nella variante britannica per la proteina spike colpiscono solo l’8% degli epitopi riconosciuti dalle cellule T CD4 +, mentre il 92% delle risposte è conservato. Ha sottolineato che il nuovo studio è il risultato di mesi di lunghe ore e di collaborazione internazionale tra i laboratori di LJI, l’Università della California, San Diego e i ricercatori del Murdoch University in Australia. Ha detto:
«Questa è stata un’enorme quantità di lavoro, siamo stati in grado di farlo molto velocemente grazie alle nostre collaborazioni».
Lo studio, “Analisi completa dell’immunodominanza delle cellule T e dell’immunoprevalenza degli epitopi della SARS-CoV-2 nei casi coronavirus Covid-19”, è stato sostenuto dal National Institutes of Health’s National Institute of Allergy and Infectious Diseases (AI42742, 75N9301900065 e 75N93019C00001), dal National Institutes of Health (U01 CA260541-01, AI135078, e AI036214); UCSD T32s (AI007036 e AI007384), la Fondazione Jonathan e Mary Tu e l’Università di Genova, Italia.

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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