I ratti evitano di danneggiare altri ratti. La scoperta può aiutarci a comprendere i sociopatici

Umani e roditori hanno strutture cerebrali simili che regolano l’empatia, suggerendo che il comportamento è profondamente radicato nell’evoluzione dei mammiferi. Ricerche precedenti hanno dimostrato che i roditori assistono i compagni nel bisogno, oltre a ricordare i singoli topi che li hanno aiutati e per questo restituire il favore.
Il nuovo studio pubblicato il 5 marzo 2020 nella rivista Current Biology, riporta che i ratti addestrati a tirare le leve per ottenere una gustosa pallina di zucchero, quando la leva causava una lieve scossa a un vicino, molti ratti smettevano di tirare quella leva e passavano a un’altra leva.
L’avversione al danno, come è noto, è un tratto umano regolato da una parte del cervello chiamata corteccia cingolata anteriore (ACC), valuta anche l’effetto del dolore. Ulteriori esperimenti hanno mostrato che l’ACC controlla questo comportamento anche nei ratti. È questa la prima volta che gli scienziati hanno scoperto che in una specie non umana l’ACC è necessaria per l’avversione al danno.
Christian Keysers, dell’Istituto olandese per le Neuroscienze, coautore dello studio, ha detto:
«La somiglianza tra cervello umano e cervello di ratto è entusiasmante per due motivi: il primo suggerisce che la prevenzione dei danni agli altri è radicata nel profondo della storia evolutiva dei mammiferi; il secondo indica che la scoperta potrebbe avere un impatto reale sulle persone che soffrono di disturbi psichiatrici come la psicopatia e la sociopatia, le cui cortecce cingolate anteriori sono compromesse. Ora non disponiamo di farmaci efficaci per ridurre la violenza nelle popolazioni antisociali, capire come aumentare l’avversione di tali pazienti a far del male agli altri potrebbe essere un potente strumento».

Ratti simili agli esseri umani
Christian Keysers e il suo team per il primo esperimento hanno addestrato 24 ratti di entrambi i sessi a spingere due diverse leve per ottenere caramelle, fino a quando non sviluppavano la preferenza per una leva. Gli scienziati a quel punto, hanno cambiato l’esperimento in modo che quando un ratto premeva la sua leva preferita e otteneva la sua caramella, un ratto vicino riceveva una scossa alla zampa.
I nove ratti coinvolti in questa fase dell’esperimento, quando sentivano i loro compagni squittire in segno di protesta, smettevano immediatamente di spingere la leva preferita e passavano a quella meno preferita, anche da questa ricevevano la caramella.
Christian Keysers ha detto:
«I ratti dello studio hanno fornito una serie di sorprendenti risposte all’esperimento, per esempio, un ratto ha smesso di usare una delle due leve una volta che ha registrato il primo shock, apparentemente angosciato; altri ratti sembravano indifferenti in entrambi i casi. Tale variabilità è importante, suggerisce che potremmo avere delle somiglianze con le differenze individuali degli esseri umani».
È emerso che anche i ratti, come gli umani, hanno un limite alla loro empatia: quando l’esperimento è stato ripetuto con una ricompensa di tre caramelle, i ratti che avevano precedentemente scambiato le leve ed evitato di fare del male ai loro vicini hanno smesso di farlo.
Christian Keysers e il suo team per la seconda parte dell’esperimento, hanno usato l’anestesia per intorpidire temporaneamente la corteccia cingolata anteriore dei ratti che avevano mostrato avversione al danno. Stranamente, quando l’esperimento è stato ripetuto, questi ratti intorpiditi hanno smesso di aiutare i loro vicini.

Egoista o altruista?
I risultati nel complesso sollevano la questione se i ratti siano egoisti, ad esempio, cercando di calmarsi, o effettivamente impegnarsi ad aiutare i loro vicini. Peggy Mason neurobiologa dell’Università di Chicago non era coinvolta nello studio, ha detto:
«Siamo fondamentalmente mammiferi allo stesso modo dei ratti, quindi le nostre motivazioni probabilmente non sono differenti».
Jeffrey Mogil, neuroscienziato sociale della McGill University in Canada, ha affermato che questo è un dibattito intrigante. Ha detto:
«I ratti sono davvero altruisti, o lo fanno per ridurre le loro sofferenze perché diventano ansiosi quando vedono un altro ratto sotto shock? Fermandosi, aiutano l’altro ratto, o aiutano se stessi?».
Christian Keysers ha detto:
«Sono domande a cui è difficile rispondere, anche se le ragioni per cui le persone fanno buone azioni sono altrettanto complesse; qualunque sia la motivazione, è avvincente che l’impulso di evitare di fare del male agli altri abbia almeno 93 milioni di anni, cioè da quando gli esseri umani e i ratti si sono separati dall’albero evolutivo. Ci sono molti altri modi in cui i ratti e gli umani sono simili: per esempio, come gli umani, i ratti diventano dipendenti da sostanze, come la cocaina; sono consapevoli delle proprie conoscenze, un concetto chiamato metacognizione; manifestano violenza quando si trovano in spazi sovraffollati. È forse rassicurante che in un mondo così pieno di conflitti, nella nostra biologia ci sia qualcosa di così antico che alla fine promuove la pace».

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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