Vogue: Renzo Bossi dovrebbe rivedere il suo guardaroba e la sua carriera

Lo stile non è qualcosa che può essere tramandato attraverso i geni, ma forse la malattia nota come mancanza di stile può essere tramandata perché è semplicemente inoculata con l’impronta familiare. C’è poco da fare a questo proposito: gusto e occhio vanno educati con una pratica continua, rigorosa, indefessa.
Se le premesse sono aberranti, se pur di affermare la propria orgogliosa e testarda diversità dalla norma (la pars costruens segue sempre la destruens), ci si abbandona all’esplorazione del brutto deliberato, ritenendo il bello un torto (espressione di uno spirito nazionale che si rifiuta), i risultati non potranno che essere disastrosi. La conclusione è logica come un sillogismo. Nel frattempo, un tratto emerge con chiarezza, fugando ogni dubbio, come se ce ne fossero ancora, circa le questioni superficiali di stile: l’immagine non è mai neutrale, l’estetica è sempre intrinsecamente politica. La scelta di rappresentare se stessi in un certo modo è più forte, chiara e penetrante di una dichiarazione pubblica.
Renzo Bossi (altrimenti conosciuto come “Il Trota” – La trota -, perché il ‘delfino’ non suonava abbastanza celtico), non poteva venire fuori come un campione di eleganza con un padre che alla giacca e cravatta, in ossequio ad un “celodurismo” stereotipato e da manuale, finanche macchiettistico, ha sempre preferito camicie a maniche corte o canottiere degni di un bruto.  E, per essere onesti, questo ragazzo tracagnotto, con gli occhi acquosi, sembra non essere un campione in nulla.
Se il vilipendio della cultura perpetrato dal soggetto è materia di articoli letterari e analisi sottile, non va dimenticato che in materia di stile, l’efferatezza del piccolo Bossi non è meno plateale. Basta guardarlo: i suoi capelli come un’astronave di boccoli incagliatisi tra pensieri fauti di donnine scosciate e auto di lusso farlocche; le giacche mai della taglia giusta, rigide come scatole, con le maniche che sono sempre troppo lunghe, i pantaloni stretti che fasciano i cosciotti per poi afflosciarsi su scarpe da gigolò o sneaker da studentello fuori corso, le cravatte troppo larghe e troppo lunghe, le camicie lucide da discotecaro incallito.
Infine, in ossequio al suo credo della Padania, con i fazzoletti verdi che fanno capolino dalle sue tasche sono veramente un pugno nell’occhio, un vero catalogo di orrori ed errori, fin troppo facile da additare ed enumerare. Per questo fermeremo qui la filippica: il Trota non ha bisogno di ulteriori commenti,  in materia di abbigliamento e non, la sua commedia tragica e non intenzionale parla da sé.
Solo un’ultima considerazione. I fatti recenti hanno dimostrato che la furia antiromana della Lega si è infranta contro il muro della realtà di comportamenti ben poco morali, e forse molto italici. Ovunque ci si giri, nonostante i proclami moralistici, è la stessa storia in tutto il mondo. Il buon Trota, allo stesso modo, più che delfino padano è un italiano medio, quello che equipara virilità e sbruffoneria, che è convinto che solo ciò che è enorme sia di valore, che considera l’eleganza, un’ostentazione inutile. Un’Italia triste che sembra negare il gusto, il savoir-faire e la dignità di quelli che hanno effettivamente costruito il paese.
I nostri suggerimenti di stile per Renzo Bossi sono di adattare l’abito alla forma del suo corpo – un espediente piccolo ma essenziale. Una lezione utile, forse, potrebbe anche essere quello di parlare e guardare le persone anziane e il modo in cui si presentano, il loro modo di essere e di vestire. Nel nord, ma soprattutto nel sud.

L’Uomo Vogue ha scelto per Renzo Bossi:
Bottega Veneta
Cerruti
Dolce & Gabbana
Emporio Armani
Louis Vuitton
Salvatore Ferragamo

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Pino Silvestri

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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