Tranquilli, il commercio globale è l’arma che impedirà lo scoppio della terza guerra mondiale

Il prossimo anno sarà il settantesimo anniversario della fine dell’ultimo conflitto mondiale. Ci sono stati eventi critici in quella linea temporale come la crisi dei missili di Cuba nel 1962, un malfunzionamento dei computer sovietici nel 1983 che erroneamente aveva suggerito un attacco degli Stati Uniti, e forse anche la guerra del Kosovo nel 1998, quando un conflitto mondiale era una reale possibilità.
Eppure oggi all’ombra di una riacutizzazione che alcuni chiamano la nuova guerra fredda tra Russia e Stati Uniti, la minaccia di una terza guerra mondiale credo che sia quasi svanita nel nulla, oggi la probabilità di una guerra mondiale è la più bassa degli ultimi decenni, forse è sempre stata bassa fin dagli albori della modernità.
Gli  studi di Steven Pinker sul declino della violenza rivelano che le morti di guerra sono diminuite dalla Seconda Guerra Mondiale, ma non dobbiamo dare per scontato che il passato è una guida precisa per il futuro. Invece, dobbiamo guardare i fattori che hanno portato alla riduzione di guerra e cercare di concludere se è sostenibile la diminuzione di guerra.

Allora, cosa è cambiato?
Beh, il primo grande cambiamento dopo l’ultima guerra mondiale è stato la consapevolezza della reciproca distruzione. Non è un caso che la fine dell’ultima guerra mondiale coincise con l’invenzione delle armi atomiche. La possibilità di un completo annientamento ha fornito un enorme disincentivo per iniziare o ampliare le guerre totali. Invece, le grandi potenze ora come allora combattono guerre per procura come in Vietnam e l’Afghanistan, piuttosto che lasciare che le loro rivalità si espandono in una totale guerra globale. Certo, gli incidenti non si possono escludere, ma la possibilità è remota. Ancora più importante, nessuno al potere vuole essere la causa di un catastrofico conflitto.

Che cosa dire di una guerra globale non nucleare?
Ciò è molto improbabile per le variazioni economiche e sociali. Economicamente il mondo dopo l’ultima guerra mondiale è diventato molto più interconnesso. Trattati di cooperazione economica e accordi di libero scambio, in particolare dal 1980, sono intrecciati nelle economie dei paesi di tutto il mondo, significa che dalla seconda guerra mondiale c’è stato un enorme aumento del volume del commercio globale.
Oggi i beni di consumo come smartphone, laptop, automobili, gioielli, prodotti alimentari, cosmetici e medicine sono prodotti a livello globale, con catene di fornitura che attraversano il pianeta. Un esempio: il portatile con cui scriviamo è il culmine cumulativo di migliaia di ore di lavoro, così come le risorse e i processi produttivi in tutto il mondo. Esso incorpora i metalli come il tellurio, indio, cobalto, gallio, e manganese estratto in Africa. Il neodimio estratto in Cina. La plastica forgiata con il petrolio, forse da Arabia Saudita, Russia o Venezuela. L’alluminio dalla bauxite, forse estratto in Brasile. Il ferro forse estratto in Australia. Tali materie prime sono trasformate in componenti: le ram fabbricate in Corea, i semiconduttori forgiati in Germania, il vetro fatto negli Stati Uniti. E ci vogliono litri e litri di petrolio per spedire tutte le risorse e i componenti avanti e indietro in tutto il mondo, finché non sono assemblati in Cina, e per il consumatore spediti ancora una volta in tutto il mondo.
In una guerra globale, il commercio internazionale diventa un incubo. La spesa di spedizione diventa più esosa a causa dei costi assicurativi più elevati, e più rischiosa perché è soggetta a sequestri, blocchi, affondamenti di navi. Molti beni, semilavorati o risorse, comprese le forniture energetiche come il carbone e il petrolio, componenti per armamenti, ecc., in alcune aree possono diventare temporaneamente non disponibile. A volte – com’è avvenuto nell’assedio di Leningrado durante la Seconda Guerra Mondiale – l’approvvigionamento di cibo può essere interrotto: è questo il motivo per cui i paesi detengono riserve strategiche di elio, carne di maiale, metalli delle terre rare, petrolio, carbone e gas. Erano situazioni abbastanza problematiche nel panorama economico dei primi anni della metà del ventesimo secolo, quando si sono verificati gli ultimi conflitti mondiali.

Che cosa accade nell’economia globalizzata ed estremamente specializzata di oggi?
Il livello di adattamento economico – anche per i grandi paesi come la Russia e gli Stati Uniti con molto territorio e risorse naturali, adattarsi a una guerra mondiale sarebbe stato schiacciante, e un gran numero di attività e di mezzi di sussistenza sarebbe stato spazzato via. In altre parole, il commercio è diventato interdipendenza globale, per prendere in prestito una frase dalla finanza, è troppo grande per fallire.
E’ facile lamentarsi della realtà delle grandi imprese che influenzano o controllano i politici, in una situazione di attrito loro hanno solo da perdere. Un esempio pratico: se gli oligarchi russi guadagnano moneta dalla vendita di gas e risorse naturali per l’Europa occidentale, mandano i loro figli a scuola in Gran Bretagna e in Germania, prestano e prendono in prestito denaro da centri finanziari dell’Occidente, saranno disposti a tollerare Vladimir Putin intenzionato a iniziare una guerra regionale in Europa orientale (per non parlare di una guerra mondiale)? Il settore finanziario cinese sarebbe felice di vedere andare in fumo i loro investimenti multi-miliardari in dollari e debito del Tesoro degli Stati Uniti?
Naturalmente, le guerre mondiali sono state intraprese, nonostante gli interessi commerciali internazionali, ma il mondo di oggi è di gran lunga più globalizzato che mai e ben collegato agli interessi nazionali, questi dipendono in misura maggiore all’accesso ai mercati globali, i componenti e le risorse, o il rimborso del debito estero. Tutto ciò è un enorme disincentivo alla guerra globale.

Che cosa dire del complesso militare-industriale?
Mentre altre aziende potrebbero essere danneggiate a causa di blocchi nel commercio, non necessariamente le industrie militari e i produttori di armi dovrebbero essere felici con la guerra: come gli ultimi settanta anni dimostrano, è possibile per le industrie belliche fare enormi profitti con le spese militari senza una guerra globale. L’incertezza di una crisi del commercio mondiale in termini di perdita di accesso ai mercati globali potrebbe danneggiare gli appaltatori di armi tanto quanto le altre industrie. Ciò significa che i produttori di armi possono essere altrettanto a disagio per le prospettive di guerra su larga scala, come altre aziende.
Altre situazioni hanno modificato la natura sociale. Ovviamente, i paesi democratici non tendono ad andare in guerra, la diffusione della democrazia liberale è correlata alla diminuzione di guerra in tutto il mondo. La diffusione della tecnologia internet e social media ha portato il mondo a stare più unito mentre nell’ultima guerra mondiale, le popolazioni erano separate dalla distanza fisica, dalle barriere linguistiche, e dalla mancanza di strumenti di comunicazione di massa. Ciò significa che è stato facile per i politici guerrafondai di vendere alla popolazione l’idea che il nemico è il male.
E’ difficile entrare in empatia con le persone che si vedono solo nell’inclinata propaganda dei filmati governativi. Oggi, le persone provenienti da paesi nemici possono entrare insieme nel cyberspazio e scoprire che il “nemico” non è poi così diverso, com’è avvenuto nel movimento di solidarietà Iran-Israele del 2012; ancora più importante, incidenti violenti e decessi possono essere trasmessi al mondo con più facilità. Il disgusto e lo shock del pubblico per la realtà brutale della trasmissione della guerra su YouTube e Facebook rendono molto più difficile per i governi di fare aggressioni militari su larga scala. Ad esempio, l’esperto di sondaggi del Cremlino ha mostrato che il 73 per cento dei russi disapprova la crisi Ucrania gestita da Putin, con solo il 15 per cento della nazione a sostegno di una risposta al rovesciamento del governo di Kiev.
Naturalmente ci sono alcuni paesi come la Corea del Nord che negano ai loro cittadini l’accesso alle informazioni che potrebbero contraddire la linea di propaganda del governo. I paesi a volte ignorano le proteste di massa contro la guerra – com’è avvenuto prima dell’invasione dell’Iraq del 2003 – ma in genere, un mondo più connesso, aperto, empatico e democratico ha reso molto più difficile per guerrafondai di andare in guerra.
La tendenza più grande, però, può essere che il mondo intero sta diventando più ricco. Le guerre fondamentalmente nascono da un gruppo di persone che decide di prendere con la forza beni e risorse di altri gruppi, o per motivi di rancore da precedenti guerre. Noi ancora non viviamo del tutto in un mondo di sovrabbondanza, ma la lunga marcia dell’ingegno umano fondamentalmente sta cercando di portare in tutto il mondo, le risorse come abbigliamento, acqua, cibo, case, calore, divertimento, svago e medicine. Ciò significa che i paesi sono meno “disperati” per essere invogliati ad andare in guerra per prendere la roba degli altri.
Ora, il futuro è infinito e le tendenze di oggi non durano per sempre. Dichiarazioni della “fine della storia”, spesso tornano a perseguitare quelli che le fanno, siamo ben consapevoli che una guerra mondiale è ancora possibile. Il tentativo di prevedere le azioni delle nazioni nel presente è già abbastanza difficile, più avanti nel futuro diventa esponenzialmente più complicato. In futuro, per esempio il grave cambiamento climatico e l’esaurimento delle risorse potrebbe portare a nuove pressioni per andare in guerra (anche se la mitigazione del cambiamento climatico e l’adeguamento, e le tecnologie di riciclo significano che entrambe queste possibilità sono evitabili).
Lo sviluppo di soldati robot e droni può rendere più facile per i paesi (o anche le società) andare in guerra. Errori tecnici, difetti del computer, o incomprensioni diplomatiche possono portare alla guerra. Il terrorismo, la disuguaglianza, il conflitto politico o civile interno, sono elementi che possono creare la pressione per la guerra.
La tendenza verso l’inerzia è forte. E’ chiaro che almeno gli incentivi per la guerra mondiale sono notevolmente inferiori a quelli che erano nei decenni precedenti, i disincentivi sono in crescita. Le visioni apocalittiche di una nuova terza guerra mondiale tra nazioni o imperi allevate nell’arco della vita di tre generazioni di bambini per fortuna continuano a diminuire.

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Pino Silvestri

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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