Piloti di drone, un posto in prima linea al fronte anche se combattono da migliaia di chilometri di distanza

Sam Nelson per raggiungere il posto di lavoro da Las Vegas fino a Indian Springs attraversa il deserto lungo l’autostrada Highway 95. In viaggio, sintonizza la radio satellitare XM per prepararsi mentalmente al lavoro, cerca di mettere da parte le distrazioni della vita quotidiana: bollette, affitto, servizio di lavanderia, ecc..
Nelson, capitano dell’Air Force, ha preso servizio diurno, il suo è un lavoro che potrebbe chiedergli di uccidere un altro essere umano che si trova a quasi 13.000 chilometri di distanza.
E’ seduto su una sedia imbottita, ha preso il controllo di un velivolo drone pesantemente armato in volo sull’Afghanistan.
La stanza è una sorta di cabina di pilotaggio (nota ai piloti come “Naugahyde Barcalounger“), di fronte ha gli schermi dei computers, vede immagini in diretta dalle montagne dell’Afghanistan (di giorno sono immagini a colori, di notte in bianco e nero).
Nelson, anche se non è fisicamente a bordo del drone, a distanza può monitorare i dati: velocità e la temperatura del motore, altitudine, livello del carburante, gli angoli di beccheggio e rollio, come pure altri dati di volo.
Ha due tastiere a portata di mano per scrivere messaggi in chat con colleghi militari e analisti; può richiamare le mappe delle immagini satellitari e dei rapporti dell’intelligence.
Ha parlato via radio con i comandanti delle truppe di terra che hanno visto le stesse immagini in diretta sui loro computer portatili e palmari.

E’ appena iniziato il turno, una bomba è esplosa nella notte afghana. Nelson utilizza velocemente un joystick per manovrare in volo, a quasi undicimila chilometri di distanza un drone Reaper armato con missili Hellfire e bombe da 500 chili. Lo indirizza lungo una valle in montagna nella parte orientale dell’Afghanistan, per raggiungere il punto dove si è alzato un pennacchio di fumo nero. Sullo schermo vede un convoglio di blindati Humvee fermarsi a distanza di sicurezza, spinge il Reaper per diversi chilometri d’altezza, dall’alto scorta i blindati mentre oltrepassano il luogo dell’esplosione, li accompagna in sicurezza fino alla base, poi, veloce, dirige il drone a diverse miglia di distanza, per scortare un altro convoglio.
Nelson, prima di manovrare i droni a distanza, in Iraq volava sui grandi aeri cargo C-5. Ora lavora con il sergente Jim Jochum (operatore alle telecamere, è un coordinatore dell’intelligence, ha il compito di studiare le immagini) e con il Capitano Mark Ferstl, un ex pilota di B-52.
Mark Ferstl, spiega:
“I piloti drone di solito si sentono emotivamente coinvolti nella battaglia più di quanto può accadere quando siedono in una vera cabina di pilotaggio di un aereo militare. Io quando volato sui B-52, a novemila, dodicimila metri d’altezza, non riuscivo nemmeno a vedere cadere le bombe. Ecco, qui ti senti molto più vicino al campo di battaglia, almeno questo è il modo in cui appare”.
I piloti dei drone sono l’avanguardia di una rivoluzione della guerra, una pesante scommessa fatta dai vertici militari e dalle agenzie d’intelligence. Il primo Predator armato è stato spedito in Afghanistan, appena quattro giorni dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.
Oggi l’Air Force spende tre miliardi di dollari l’anno per acquistare i droni e per addestrare i piloti. La domanda è così forte da dover addestrare anche i non-piloti, come gli ingegneri civili e quelli della polizia militare.
In Iraq e in Afghanistan sono stati utilizzati oltre 7.000 droni di tutti i tipi. Gli aerei hanno svolto un ruolo fondamentale nell’offensiva dei Marines degli Stati Uniti e le truppe britanniche e afghane in atto in Marja, in Afghanistan.
Il Pentagono ha adattato la tecnologia della televisione satellitare e i video digitali per fornire ai piloti, alle truppe da combattimento e ai comandanti nelle zone di guerra, le immagini in tempo reale del nemico dislocato a migliaia di chilometri di distanza.
I drone in Pakistan fanno parte di un programma separato della CIA, negli ultimi sei mesi hanno già ucciso più di due dozzine di uomini di spicco di Al Qaeda e due leader dei talebani pakistani.
Gli attacchi qualche volta hanno causato vittime tra i civili, ciò sta alimentando la protesta verso gli Stati Uniti accusata di combattere una guerra non dichiarata, una guerra illegale dal cielo su quel paese. Alcuni critici hanno detto che i problemi sono così gravi che l’intero programma è controproducente e dovrebbe essere chiuso.
E’ questa la guerra che si combatte nell’epoca dei videogiochi e della realtà virtuale, anche se i piloti dei drone operano a distanza da altre zone del mondo, sono impegnati in combattimenti come qualsiasi pilota all’interno di un aereo ma con alcune differenze: può sparare su un ribelle scovato nelle colline afghane e subito dopo essere a casa in tempo per un barbecue in cortile. In appena un’ora o due, il pilota può passare da un’accesa discussione con il coniuge, a una serrata conversazione via radio con un soldato in zona di guerra inchiodato dal fuoco nemico.
Gli equipaggi dei drone non rischiano la loro vita, le loro giornate lavorative, in genere si estendono per dieci o undici ore. Molti piloti sono esperti aviatori militari, ma gli operatori alle fotocamere dei droni tendenzialmente sono giovani che hanno 19 o 20 anni: soggetti a possibili stress, gli equipaggi dei droni, proprio come le truppe in Iraq o in Afghanistan, hanno contatti con i cappellani, psicologi e medici.
Le sfide psicologiche sono uniche, i piloti sottolineano che, nonostante la distanza, le immagini video conferiscono un aspetto più emotivo della zona di guerra, rispetto a quella che vedrebbero da un aereo militare in piena velocità; altri dicono che preferirebbero trovarsi in Afghanistan o in Iraq per evitare stressanti sollecitazioni psicologiche come quelle che si manifestano quando nello stesso giorno passano da un campo di calcio a un campo di battaglia.

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Pino Silvestri

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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