Metodo ecologico per tingere i jeans

Levi Strauss brevettò il primo paio di jeans nel 1873, il pratico pantalone divenne presto un caposaldo della moda. Ogni anno vengono venduti miliardi di paia, per un mercato valutato oltre 90 miliardi di dollari.
La tintura dei jeans denim è una delle principali fonti di inquinamento nell’industria della moda. Ecco perché i ricercatori dell’Università della Georgia (UGA) hanno sviluppato una nuova tecnologia di tintura indaco che è più gentile con il nostro pianeta.
La tecnica secondo i ricercatori, riduce il consumo di acqua ed elimina le sostanze chimiche tossiche che rendono il processo di tintura così dannoso per l’ambiente. La tecnologia semplifica inoltre il processo e garantisce più colore rispetto ai metodi tradizionali.
Sergiy Minko, professore di scienza delle fibre e dei polimeri presso l’UGA, autore corrispondente dello studio, ha affermato:
«L’industria tessile è un classico esempio di inquinatore ambientale, nel settore, una delle principali cause di inquinamento è la colorazione».
L’indaco naturale in origine, veniva usato per tingere i tessuti. Introdotto nelle colonie nel 1700, era un importante fonte di denaro, ma la scoperta di un metodo per produrre indaco sintetico, secondo gli esperti, ha quasi completamente cancellato il mercato dell’indaco naturale.
L’indaco non è solubile in acqua, deve essere trattato con sostanze chimiche tossiche prima di poter essere utilizzato per tingere i vestiti. L’industria del denim utilizza oltre 45.000 tonnellate di indaco sintetico l’anno, oltre a 84.000 tonnellate di idrosolfito di sodio come agente riducente e 53.000 tonnellate di liscivia.

Eliminazione di sostanze chimiche tossiche
Gli esperti hanno affermato che per tingere un solo paio di jeans, occorrono dai 50 ai 100 litri di acqua. E quell’acqua, piena zeppa di sostanze chimiche tossiche, deve andare da qualche parte. Sebbene ora siano in vigore normative che impongono agli impianti statunitensi di purificare tali acque reflue, l’industria le ha semplicemente rilasciate nell’ambiente per decenni, corrodendo i tubi di scarico nel loro percorso verso i fiumi e l’oceano.
L’acqua contaminata da sostanze chimiche, ancora oggi finisce inevitabilmente nei corsi d’acqua locali, in particolare negli stabilimenti industriali dei paesi in via di sviluppo, dove la produzione è spesso esternalizzata.
Il nuovo metodo di tintura pubblicato nella rivista Green Chemistry, utilizza l’indaco naturale (sebbene il processo semplificato possa anche utilizzare il sintetico) ed elimina le sostanze chimiche dannose utilizzate nei metodi convenzionali. Inoltre, richiede solo una mano di indaco per fissare oltre il 90% del colore, riducendo significativamente la quantità di acqua necessaria per tingere il tessuto. I metodi convenzionali richiedono fino a otto immersioni nella soluzione colorante e assicurano solo il 70-80% di fissaggio del colore.
I ricercatori hanno detto che il metodo non sacrifica nemmeno il comfort, mantenendo gli stessi livelli di spessore, aumento di peso e flessibilità del tessuto. Il processo semplificato, consente ai lavoratori di risparmiare tempo ed energia eliminando la necessità di più immersione e tempi di ossidazione tra ogni immersione.
Sergiy Minko ha spiegato:
«In questo processo non riduci l’indaco, non lo dissolvi. Basta mescolarlo con fibrille di nanocellulosa e depositarlo sulla superficie del tessuto. E puoi cambiare la tonalità del blu in base al numero di particelle di indaco aggiunte nella miscela».
La nanocellulosa è una creazione recente realizzata con pasta di legno come quella utilizzata nell’industria della carta. La nuova tecnologia mescola le particelle di indaco con le nanofibre e poi le deposita sulla superficie del tessuto, essenzialmente “incollando” il colore sul posto.

Aumentare la sostenibilità del settore
L’industria tessile è nota da tempo come una delle fonti di inquinamento più significative al mondo. E nel XX secolo, quando la popolazione mondiale è salita alle stelle, è aumentata anche la necessità di prodotti tessili di massa, aumentando il già grave problema dell’inquinamento.
I ricercatori ritengono che sebbene la loro tecnologia debba ancora essere commercializzata, sia un’opzione praticabile per rendere l’industria del denim più sostenibile.
Sergiy Minko ha affermato:
«La produzione di jeans e denim è un grande mercato, quindi anche piccoli cambiamenti nel settore potrebbero avere un enorme impatto. Ci sono popolazioni che cercano prodotti realizzati in modo rispettoso dell’ambiente. E man mano che le normative diventeranno più severe, l’industria dovrà adattarsi».
I ricercatori hanno sottolineato che molti marchi noti hanno già rilasciato gamme che mostrano la sostenibilità, ad esempio, Nudie Jeans, con sede in Svezia, ha iniziato a farlo alcuni anni fa, per ogni prodotto che produce, elenca sul sito web tutti i produttori coinvolti nell’intera catena, nominando le fabbriche, quanti dipendenti lavorano lì, ecc. Gli acquirenti oltre al cotone utilizzato nei jeans, possono anche rintracciare la fabbrica da cui provengono.
Recentemente anche l’azienda americana di abbigliamento Levi’s ha lanciato un proprio simile metodo alla trasparenza per una gamma speciale di prodotti più ecologici, ad esempio, nel 2019, ha introdotto il suo progetto “Strategia d’azione per l’acqua 2025”, mira entro il 2025 a ridurre del 50% l’uso di acqua nella produzione nelle aree a stress idrico; inoltre, entro lo stesso anno, aspira a ridurre i gas serra nelle sue strutture di proprietà e gestite, e il 40% nell’intera catena di approvvigionamento.

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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