Il cinema in ostaggio

Ormai gli spazi di libertà si restringono anche nel cinema italiano. I registi sono molto docili con Berlusconi perché chi finanzia i film non vuole grane.

Chi ha visto il film Viva Zapatero! di Sabina Guzzanti, l’autrice del programma Raiot, cancellato dalla Rai dopo la prima puntata, non dimenticherà una scena. Lei spiega che Freedom House – che ogni anno pubblica un’indagine sulla libertà nel mondo – ha recentemente retrocesso l’Italia da "free" a "partly free".
Il sito di Freedom House ne spiega anche i motivi: "una crescente concentrazione dei mass media con le conseguenti pressioni politiche". I ricercatori di Freedom House spiegano che il premier Berlusconi ha troppa influenza sulla Rai, un fatto che peggiora "l’informazione già faziosa all’interno del suo gigantesco impero editoriale".
Roba vecchia per chi abita in Italia. Ormai non si fa quasi più caso alla camicia di forza in cui la stampa e la tv si trovano intrappolate. La cosa preoccupante è che gli ultimi spazi di libertà di espressione si stanno chiudendo. Anche nel cinema, una voce tradizionalmente democratica. In America George Clooney parla male di George W. Bush facendo paralleli con il famigerato periodo di McCarthy in Good night, and good luck.
Perfino in Iran, che non è certamente un paese libero, i registi indipendenti riescono a parlare di temi ufficialmente tabù, come la corruzione fra i leader politici e religiosi. Ironia della sorte, una delle più radicali tra queste pellicole, The forbidden chapter, è una produzione italiana.
E allora perché i registi italiani stanno zitti? Nonostante la loro fama di antiberlusconiani di sinistra, ultimamente fanno molto poco per turbare i sonni dei loro leader. Il motivo non è difficile da trovare. Non ci sono più finanziamenti per operazioni critiche verso il governo. È quasi impossibile fare il primo ciak senza un contratto con la Rai o con Mediaset per lo sfruttamento televisivo e se una volta le reti erano disposte a correre dei rischi, oggi non lo sono più.
Anche un lavoro indipendente come La tigre e la neve ha perso un’ottima occasione di essere un film-bomba se, invece di prendere la linea morbida del film genericamente contro la guerra (cosa che sicuramente è), avesse sfruttato l’umorismo pungente di Roberto Benigni per condannare la missione italiana in Iraq. Ma non lo fa. Avrà maggiori possibilità agli Oscar? Non ne sono sicura: anche in America il sentimento contrario alla guerra è sempre più diffuso.
L’altra fonte di soldi per il cinema italiano era lo stato. Che sta per girare le spalle. La nuova finanziaria in corso di approvazione in questi giorni metterà un altro chiodo sulla bara della cultura italiana. I tagli al cinema – che perderà una bella fetta dei suoi finanziamenti pubblici – minacciano non solo di far chiudere molti festival ed enti, ma di dare il colpo di grazia alle produzioni indipendenti. Nell’ambiente si dice che quest’anno invece dei soliti cento film nuovi, se ne gireranno solo quaranta o cinquanta. E l’anno prossimo potrebbero essercene solo dieci o al massimo venti… E mi chiedo: che tipo di film sopravviveranno?
Sono contenta che Viva Zapatero! stia andando bene nei cinema, dopo un’uscita sospettosamente in sordina come film sorpresa alla fine della mostra di Venezia. Ma credo che in Italia un vero documentario sul signor Berlusconi non si possa fare, per il semplice motivo che non lo si può finanziare.
Ho sentito parlare di un progetto di questo tipo, che è tenuto segreto neanche fosse un piano per mettere una bomba in Vaticano. Il problema è trovare i finanziamenti all’estero, dove in realtà nessuno è abbastanza interessato all’argomento per investire. Forse possiamo fare una colletta?
 
Un grazie a Deborah Young, critica cinematografica per le riviste statunitensi Variety e Cineaste. Nata nel Missouri, è a Roma dal 1980.

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Pino Silvestri

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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3 thoughts on “Il cinema in ostaggio

  1. tutto vero, ma anche immancabilmente vero che si sta chiusi al calduccio, non si rischia di contaminarsi fuori d’Italia. Quando si vuole dire qualcosa veramente si rischia anche la camicia. Il nostro è un mercato piccolo, eppure si vedono nei festival film di paesi impensati. Forse quello che manca veramente è l’assenza di asserzioni scontate, a un’artista è chiesto qualcosa di più elle banalità da comizio di un tempo

  2. non dico che hai torto, però se voglio arrivare all’appuntamento e l’unica strada è quella ferrata a scartamento ridotto debbo accettare di usare quello scartamento e testardamente infilare tutto le volte che si può le proprie idee e passioni. L’alternativa è che non passa niente. Certo c’è un rischio, una volta arrivato l’eventuale successo, e quindi i soldi, poi magari le battaglie e le passioni vanno a quel paese. Era quello che dicevo in anni giovani ai miei studenti, combattete, emergete ma è allora che si vedrà se quella “solidarietà di classe” di cui vi riempite la bocca rimane. Oggi tutto è più sofisticato e difficile, ma le alternative infine è che uno riscopra idee e poetiche post mortem, con il doppio danno di non vedere questo risultato e in più non poter neppure approfittarne per chiarirsi meglio a sè e agli altri. Con tanti auguri di saper stringere i denti e fregarsene dei vecchi saggi, se poi lo sono, come me.

  3. Bkrema, non è proprio così, non è vero che non si rischia di contaminarsi fuori dall’Italia. Le difficoltà non sono di poco conto e il più delle volte, un film non esce perché viene bloccato dalla “mafia” della distribuzione.

    Una bella intervista a un giovane regista emergente la puoi leggere QUI

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