Ecco come l’umile hashtag ha cambiato la politica mondiale

L’hashtag (#) dalle tendenze della moda agli eventi globali, è diventato il simbolo evidente del pianeta Twitter. Ciò che solo una decina di anni fa indicava un simbolo numerico di nessun significato o attribuzione particolare è ora un richiamo alle armi per molteplici e variegate cause.
Il “#” è un organizzatore sociale, nasce spontaneamente e dinamicamente dai contenuti generati e aggiornati dagli utenti dei social media. L’intento iniziale del “#”, quando Twitter è stato lanciato nel 2006, consisteva nel suo semplice utilizzo come strumento di organizzazione dei dati e delle informazioni. Strumento d’indicizzazione per raggruppare qualsiasi cosa, dal punto di vista politico a quello culturalmente di tendenza, il “#” si è presto trovato in linea con alcuni degli eventi più significativi della storia.
Catturando un ampio spettro delle preoccupazioni del pubblico nei confronti della cultura popolare, l’esclusione sociale, gli interventi di soccorso a seguito di disastri naturali o conflitti politici, l’hashtag, come alcuni hanno sostenuto, ha permesso l’emergere efficiente di “alcuni tipi di comunità e di pubblici ad hoc che si formano e rispondono rapidamente a particolari eventi e questioni di attualità”. Hanno sviluppato un potere sociale e politico che solo di recente abbiamo iniziato a scoprire e comprendere appieno: da #MeToo a #FreeIran, #iPhoneX a #Pope, #ClimateChange e #ImWithHer a #ConfirmKavanaugh. E’ un simbolo evidente dell’era elettronica, altamente mobile in cui viviamo, incoraggiando centinaia di milioni di retweets, follows, e likes.
L’hashtag #RefugeesWelcome nel 2015, ritwittato all’infinito da celebrità, politici e pubblico, ha esercitato pressioni sui governi europei per accettare i richiedenti asilo sfollati dal conflitto in Siria, ha focalizzato l’attenzione del mondo sulla difficile situazione dei rifugiati che tentano pericolosi attraversamenti del Mediterraneo.
#EthnicCleansing associato a #Myanmar e i musulmani di stampo sunnita #Rohingya ha dominato i titoli dei giornali nel 2016, ha spinto le Nazioni Unite a sondare i rapporti di presunte violenze e abusi nella regione.
Il movimento #MeToo nel frattempo ha denunciato abusi sessuali inconcepibili e ha innescato conversazioni vitali sulle dinamiche di genere e sulle molestie sessuali sul posto di lavoro.

Attivismo sociale
Gli utenti dei social network ora sono attivi nell’attivismo politico e sociale, innescando un fondamentale ripensamento dei nostri doveri e obblighi verso i nostri concittadini e gli stranieri. La proliferazione numerica del “#” è quindi una metrica definitiva di successo quando si tratta di sensibilizzare su questioni chiave. Poiché, a livello globale, 335 milioni di utenti Twitter il giorno postano 500 milioni di tweet, il potenziale è enorme considerando che l’80% di questi raggiungono i cellulari di un utente medio di età compresa tra i 18 e i 49 anni.
Il basso costo di questa partecipazione diretta ha aperto la possibilità di un’interazione a doppio senso tra i cittadini e i loro governi. Ciò significa che le figure governative e non governative sono maggiormente controllate e che le richieste pubbliche di responsabilità e trasparenza devono essere soddisfatte in modo efficiente.
L’hashtag dalla sfida ai dittatori del Medio Oriente alla denuncia dei crimini sessuali di Hollywood, attivato in nome della responsabilità e della trasparenza, ora non solo può sfidare il tradizionale monopolio di un governo sul controllo dell’informazione, ma chiamare la società a riesaminare e interrogare le fondamenta stesse su cui si basa.
E così l’umile “#” ora è abbastanza potente da infiltrarsi nei social media e lanciare campagne di base contro gli organismi statali e non statali: perennemente archiviato online, è anche un modo per catalogare le lamentele pubbliche, assicurando che i crimini e i reati non possano semplicemente svanire ed essere dimenticati.
Gli hashtag di tendenza che esprimono critiche, rabbia o che affrontano manifeste ingiustizie sono difficili da sovvertire e tanto meno da regolamentare. Le nazioni democratiche, a differenza degli stati autoritari, non possono ricorrere regolarmente a sospensioni periodiche del servizio online. I conflitti per la politica nella cibersfera possono diventare rapidamente rilevanti dal punto di vista storico come quelli che hanno animato le strade di Parigi o Praga nel secolo scorso. Il “#” è ora un simbolo saliente della libertà di parola e ha rivoluzionato l’attività politica in modi nuovi e profondi.

Il lato oscuro degli hashtag
L’hashtag in realtà ha anche i suoi difetti, può essere abilmente e strategicamente usato per abusare, fomentare il disprezzo, esacerbare le divisioni sociali e facilitare la diffusione di #FakeNews. Basta chiedere a Donald Trump. L’hashtag può moltiplicare le accuse e abbassare la reputazione senza garantire le protezioni costituzionali e il giusto processo legale. In effetti, in nessun altro luogo come Internet una persona oltre ad essere più incline a un processo da parte dell’opinione pubblica è soggetta al maltrattamento, all’offesa, alla denigrazione, alla calunnia.
Gli utenti social (335 milioni di Twitter, 1 miliardo di Instagram, 2,2 miliardi di Facebook e 1,5 miliardi di WhatsApp) hanno il potenziale per scatenare una campagna virtuale di distruzione personale con conseguenze di vasta portata nel mondo reale e poco o nessuna responsabilità legale. Si potrebbe pensare che erano ormai lontani i giorni in cui il senso di colpa è stato stabilito in conformità a una sola dannosa accusa, in questo, purtroppo la drammatizzazione di Arthur Miller dei processi alle streghe di Salem, rimane rilevante nell’era di Internet.
L’identità di gruppo e la solidarietà sociale, quando è sostenuta da una “giusta causa” e “giusta indignazione”, portano a forme estreme di tribalismo inconscio giocate nel cyberspazio – come spesso accade – i diritti e la dignità dell’individuo diventano indebitamente compromessi se non apertamente messi in pericolo. Così, mentre l’hashtag può essere usato per il bene, può anche trasformare chiunque di noi in un #JohnProctor, il tragico eroe del Crogiuolo di Arthur Miller.

In continua espansione
In base alla legge di Moore, “la potenza di calcolo è raddoppiata ogni 18 mesi dagli anni ’60”: un medio iPhone 5 lavora con una memoria di 64GB, che è 1.073.741.824 volte superiore all’energia del computer che ha portato il primo uomo sulla Luna. Si tratta di una statistica degna di nota, richiede a ciascuno di noi di valutare il bene o il danno potenziale che possiamo fare con la nostra potenza di calcolo in rete, e riflettere se, per parafrasare Donna Haraway, “le nostre macchine [non sono diventate] inquietantemente vivaci, [mentre] noi stessi siamo spaventosamente inerti”.
In conclusione con la crescita della domanda del mercato e dell’appetito del pubblico per le novità, dobbiamo considerare come le nuove tecnologie potrebbero consentire ai gruppi d’interesse e alle organizzazioni di sfruttare e manipolare le informazioni per la loro “giusta causa” e come il “#” può agire come strumento chiave d’indicizzazione di tali abusi. Dobbiamo assicurarci che sia usato per promuovere la democrazia e la libertà di parola piuttosto che per promuovere il pensiero di gruppo coercitivo. Infatti, mentre le rivoluzioni della nostra epoca saranno probabilmente ancora trasmesse in televisione, di sicuro saranno in diretta #hashtag su Twitter. Speriamo che sia fatto per le giuste ragioni e con le giuste motivazioni e che il pubblico più esigente, col tempo, venga a conoscenza della differenza.

Pino Silvestri

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Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
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