“IL FILO DELLA MEMORIA” Campo di concentramento e sterminio di Auschwitz (Polonia)

 “IL FILO DELLA MEMORIA”

Campo di concentramento e sterminio di Auschwitz
(Polonia)

 

Il campo Auschwitz venne aperto nel maggio del 1940, nei sobborghi di Oswiecim, un villaggio polacco vicino a Cracovia.
Nel gennaio del 1942 venne completata la costruzione di un nuovo campo dipendente da esso, il campo di Auschwitz-Birkenau, che divenne il più grande campo di sterminio d’Europa.
Il sistema Auschwitz comprendeva tre nuclei principali e più di quaranta sottocampi di lavoro.
Qui furono deportate 1.613.455 persone, in prevalenza ebrei.
Lo sterminio di massa ebbe inizio nel gennaio del 1942 e venne attuato con quattro grandi camere a gas con annessi forni crematori; si uccidevano fino a 15-20.000 ebrei al giorno.
Vi furono deportati ebrei da tutta Europa, prigionieri russi, politici polacchi, zingari.
Il 27 gennaio 1954 l’armata rossa entrò nel campo liberandolo; nei vari settori c’erano ancora 9000 internati.
Si calcola che i bambine e i ragazzi ebrei internati siano stati più di 220.000; oltre a 11.000 ragazzi e bambini zingari.
Il giorno della liberazione , i bambini di età inferiore ai 14 anni erano 400, ammalati e debilitati dalla fame, dal lavoro e dagli esperimenti.

Auschwitz
(La canzone del bambino nel vento)
di Francesco Guccini

Son morto con altri cento,
son morto ch’ero bambino:
passato per il camino,
e adesso sono nel vento.
Ad Auschwitz c’era la neve:
il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’inverno
e adesso sono nel vento.
Ad Auschwitz tante persone,
ma un solo grande silenzio;
è strano: non riesco ancora
a sorridere qui nel vento.
Io chiedo come può l’uomo
uccidere un suo fratello,
eppure siamo a milioni
in polvere qui nel vento.
Ancora tuona il cannone,
ancora non è contento
di sangue la belva umana,
e ancora ci porta il vento.
Io chiedo quando sarà
che l’uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare,
e il vento si poserà.

.

 SE QUESTO È UN UOMO
di Primo Levi

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca
I vostri nati torcano il viso da voi.

“Meditate che questo è stato”, per non dimenticare e per far si che le atrocità subìte da milioni di essere umani, non tornino più. Per questo viaggio nella memoria, ho seguito la testimonianza di Primo Levi, che ha vissuto in prima persona l’esperienza del lager. La sua testimonianza riportata nelle sue pubblicazioni, per far meditare su quello che è accaduto e far sì che ciò non accada più.

VIAGGIO NELLA MEMORIA

[…] Levi e altri prigionieri, tra cui vecchi, donne e bambini, su un convoglio ferroviario con destinazione Auschwitz. Il viaggio dura cinque giorni. All’arrivo gli uomini vengono divisi dalle donne e dai bambini, e avviati alla baracca n. 30. Levi attribuisce la sua sopravvivenza ad una serie di circostanze fortunate.La sua conoscenza sufficientemente estesa del tedesco gli permette di comprendere gli ordini dei suoi aguzzini …

 

 

 

 

tratto da Primo Levi, I sommersi e i salvati

 

Primo Levi, I sommersi e i salvati

·  La memoria dell’offesa
Levi, in questo primo capitolo, analizza il funzionamento e gli apparenti difetti della memoria dell’uomo che è il mezzo unico al quale fare riferimento nel discorso sull’Olocausto e sui campi di sterminio nazisti.

Essa ha una forma di difesa per l’individuo che può apparire come una mancanza o un deficit: il dimenticare o l’offuscare alcuni ricordi ed alcune esperienze. Per coloro che hanno vissuto l’esperienza dello sterminio è, ovviamente, la memoria il fondamento della loro testimonianza e come tale ha una forte responsabilità: è per questo che non si rivela per nulla facile testimoniare e rievocare alla mente attuale ciò che si vorrebbe sopprimere o comunque evitare. Spesso colui che racconta la propria esperienza preferisce soffermarsi sui quei ricordi e su quelle situazioni di stallo, di tranquillità in mezzo al caos.

Ma la memoria non intrappola soltanto gli oppressi ma anche gli oppressori; essi hanno ugualmente il bisogno di trovare una difesa, un rifugio dal ricordo di quel che hanno commesso ancor più degli oppressi in quanto i fautori dell’oppressione; l’oppressore è da punire e da esecrare ( ma, se possibile, da capire), l’oppresso è da compiangere e da aiutare.

Dall’interrogazione di coloro che hanno oppresso le vittime, spesso si cerca di capire e di cogliere ciò che portato a compiere tali azioni. “Perché hai agito così?”. Le risposte a tali domande sono tutte dello stesso tipo: l’oppressore afferma di essere stato sottoposto ad un comando superiore, di non avere colpe dirette, di aver semplicemente eseguito gli ordini a lui ordinati dai propri superiori.

· La zona grigia

L’uomo ha il desiderio costante di semplificazione delle cose e degli eventi per poter avere qualcosa di decifrabile e di comprensibile; per questo si sforza di trovare quel confine tra bene e male, tra il buono amico ed il cattivo nemico che spesso non c’è.

Nel Lager non vi era nessuna linea di confine tra l’alleato ed il nemico. La vita, del resto, era trasportata in una dimensione che rievocava la vita animale, la vita primitiva nella quale tutto era concesso per il sol fine della propria sopravvivenza: non vi erano, infatti, le condizioni perché la situazione fosse diversa. E’ così che si veniva a costituire una zona grigia, una zona sfocata, di incomprensione, nella quale si trovavano i prigionieri funzionari, coloro che.

Erano i prigionieri privilegiati che per poco cibo in più, si piegavano ad una collaborazione. Ma non erano codardi o oppressori, erano disperati, senza altra alternativa e costretti dalle SS.

Spesso avevano anche un atteggiamento di finta avversione nei confronti dei compagni segregati; potevano essere dei buoni aiutanti per coloro che giungevano, da novelli, ma li sottomettevano immediatamente: era il loro lavoro, non provavano più a cercar in loro una fiamma di umanità perché non ve ne era spazio.

Come coloro che facevano parte della parte opprimente tedesca non sono da assolvere minimamente ponendoli nella zona grigia, i Kapos e tutti gli atri prigionieri funzionari non sono da porre tra gli oppressori né come colpevoli. Questo era anzi il volere e lo scopo dei nazisti usando i deportati stessi nelle funzione di capi, di maltrattatori, nel metterli in condizione tale da andare contro anche i propri simili, i compagni di sventura, per svalutare loro completamente un minimo di dignità.

È il caso dei Sonderkommandos, le squadre speciali addette ai forni crematori. Furono l’esempio più azzeccato per la distruzione completa della umanità del prigioniero: essi avevano il compito di cremare e di compiere tutto il lavoro sporco che ci stava intorno. Erano prevalentemente ebrei, scelti dalle SS per fare il lavoro sporco, il lavoro diretto del massacro. Era un modo per distruggere gli uomini, per renderli schifosi a se stessi: dovevano ammazzare i propri amici, i propri alleati, dovevano distruggere se stessi, e soprattutto avrebbero perso anche quella sensazione di innocenza che li distingueva dai nazisti.
·  La vergogna
La vergogna ha accompagnato i prigionieri per tutto il soggiorno nei campi e soprattutto si è manifestata al momento della liberazione, al ritorno della vita normale, della vita.

Si sono resi conto, pian piano, di quel che era stata la loro vita nei confronti degli altri durante la segregazione e di ciò che non vedevano perché imbruttiti mentalmente dalle condizione precarie. Si sono resi conto di non aver avuto la forza di ribellarsi, di creare una resistenza attiva all’interno dei campi; soltanto alcuni prigionieri politici tentavano d reagire organizzando qualcosa di sovversivo.

Inoltre si sono visti e giudicati come vigliacchi o egoisti nel non aver prestato soccorso ai compagni che si avevano al fianco durante tutta la giornata e che si trovavano in difficoltà maggiori delle proprie; alcuni avevano anche picchiato e maltrattato direttamente i compagni (no solo i Kapos); tutti avevano rubato qualche cosa.

Insomma si rendono conto di quel che hanno fatto e se ne vergognano, ma ingiustamente in quanto la situazione lo richiedeva per poter sopravvivere. ‘Perché proprio io sono sopravvissuto e non un altro?’ si sono chiesti da salvi;

perché hanno avuto loro la fortuna di sopravvivere, hanno forse rubato il posto ad un altro, forse avrebbero preferito morire come tutti gli altri.

Si sentono l’eccezione tra tutti i sommersi che furono, invece, la regola dei campi; furono così i salvati che avrebbero dovuto portare la testimonianza al mondo.

Inoltre provano vergogna per quel che è stato l’Olocausto e per coloro che l’hanno provocato e voluto; per appartenere ad una razza che è capace di tale distruzione dei propri simili. L’uomo, infatti, ha saputo in questo frangente esprimere al massimo la propria crudeltà gratuita e la propria inferiorità rispetto alle altre forme di vita.

·  Comunicare
L’incomunicabilità che regnava nel campo era assoluta o quasi: pochi erano quelli che capivano il tedesco; per tutti gli altri era pressoché una mancanza che rendeva ancor di più una bestia e spaesato oltre che dalla vita che trovavi anche dai rapporti di comprensione. Coloro che potevano in qualche modo comprendere avevano la vita nel Lager assai facilitata: coloro che non ne comprendevano niente spesso morivano nei primi quindici giorni; inoltre occorreva capire anche altre lingue, quali l’ungherese, il polacco, che adottavano i kapos: la lingua diventava una via di sopravvivenza. Non era necessario capirla, occorreva che ad un determinato suono si reagisse in un determinato modo per evitare pestaggi e per non disobbedire.

La lingua incomprensibile e urlata attraverso i comandi era una tortura per i primi arrivati che non potevano capire nemmeno gli ordini: era uno degli strumenti di tortura e di umiliazione per i prigionieri.

Tra i prigionieri era sempre più difficile trovare qualcuno con cui poter comunicare, poter   sfogarsi: vi erano i più sofferenti che cercavano un compagno con cui dialogare, altri che si chiudevano in se stessi nell’impossibilità di esprimersi.

Vi era anche un problema di comunicazione con l’esterno, al di fuori del campo, si cercavano notizie della guerra, di quel che succedeva; si potevano, ogni tanto, trovare dei pezzi di giornali da leggere.

Inoltre, Levi trovò conforto nella corrispondenza che in qualche modo riuscì ad avere con i propri familiari e che gli permise forse di sopravvivere.

·  Violenza inutile

La violenza che accompagnava ogni deportato iniziava dal viaggio che compiva per giungere nel campo di sterminio: il treno su cui si viaggiava e specialmente il vagone nel quale si veniva deposti come merci era il primo approccio alla vita che avresti poi dovuto vivere.

Niente cibo, niente acqua per alcuni giorni.

Una volta giunto al campo avveniva la prima umiliazione e distruzione mentale e morale:

gli abiti venivano tolti insieme a tutti gli oggetti personali per toglierti ogni ricordo della vita passata.

Poi vi era il taglio dei capelli e di tutti i peli. Al di là della necessità di maggiore pulizia, dato il proliferare dei pidocchi, questa violenza risultava offensiva per la sua inutilità. Un uomo nudo e scalzo è una preda inerme. La stessa sensazione debilitante di impotenza era provocata, nei primi giorni di prigionia, dalla mancanza di un cucchiaio, uno strumento semplici e all’apparenza un problema secondario ed apparentemente inutile, ma che marginale non era per un uomo che si nutriva ogni giorno di una sola e misera razione di zuppa. Per i tedeschi non era certo una questione di risparmio, ma un preciso intento di umiliazione. A tutto ciò c’è da aggiungere l’assurdità dell’adattamento della vita a una versione militare tedesca con regole ferree ed insulse (dalla divisa con i suoi 5 bottoni obbligatori alla marcia cadenzata a ritmo di musiche di banda, all’ordine del rifare i letti in un certo modo) ed anche l’uso dei prigionieri come cavie umane per esperimenti scientificamente inutili in un’epoca in cui ci si chiedeva se fosse giusto condurre esperimenti dolorosi su animali. Il discorso da farsi sul tatuaggio è leggermente differente, poiché questo fu invenzione auschwitziana autoctona. L’operazione, in sé, era poco dolorosa, ma lo era il suo significato simbolico: “Questo è un segno indelebile, di qui non uscirete più; questo è il marchio che si imprime agli schiavi ed al bestiame destinato al macello, e tali voi siete diventati. Non avete più nome: questo è il vostro nuovo nome.” La violenza del tatuaggio era gratuita, fine a se stessa, pura offesa.

Violenza inutile era poi il lavoro non retribuito ed afflittivo. Non bisogna poi dimenticare quello che fu l’esempio estremo di una violenza ad un tempo stupida e simbolica: l’empio uso del corpo umano, gli esperimenti medici. E tale crudeltà si estendeva anche al cadavere, alle spoglie umane, dopo la morte.

·  L’intellettuale ad Auschwitz

In questo capitolo l’autore analizza l’esperienza dell’uomo colto alle prese con la realtà del Lager. A tal proposito si rifà esplicitamente all’opera di un filosofo ebreo morto suicida: Hans Mayer. Essere un intellettuale era in quel luogo di morte un vantaggio o uno svantaggio? Sul lavoro, che era prevalentemente manuale, in generale l’uomo colto stava in nel campo molto peggio dell’incolto: gli mancavano la forza fisica e la familiarità con gli attrezzi e l’allenamento nei lavori fisici; inoltre era tormentato più pesantemente da un senso di umiliazione. Anche la vita in baracca era più penosa, poiché era una guerra continua di tutti contro tutti: i colpi dei tedeschi potevano essere passivamente accettati, ma quelli di un compagno, cui raramente l’uomo civile sapeva reagire, erano inaspettati e inaccettabili. Anche Hans Mayer, come Levi, afferma poi di aver sofferto per la mutilazione del linguaggio che si aveva nel campo e ne ha sofferto ancora di più perché era di lingua tedesca ed amava la propria lingua come filologo. La cultura non poteva dunque servire che in qualche rara occasione (come per esempio nel caso di Primo Levi, che fu salvato, oltre che dal caso, anche dal suo mestiere di chimico); ciononostante, in quelle poche situazioni la cultura poteva dare un forte aiuto, certo non dal punto di vista prettamente fisico, ma sicuramente moralmente:’Mi permettevano –i ricordi- di ristabilire un legame con il passato, salvandolo dall’oblio e fortificando la mia identità. Mi convincevano che la mia mente, benché stretta dalle necessità quotidiane, non aveva cessato di funzionare.’

’… mi concedevano una vacanza effimera ma non ebete, anzi liberatoria e differenziale: un modo, insomma, di ritrovare me stesso’.

·  Stereotipi

Lo stereotipo è qui inteso come il non potere capire da parte delle generazioni contemporanee ciò che fu veramente e cosa comportò effettivamente lo sterminio per i deportati.

La concezione che ormai si ha del prigioniero è dell’uomo normale, uguale agli altri, solo che è rinchiuso in una cella e non ha libertà. Lì il problema primo a cu si conviveva non era il problema della libertà che era sì negata ma diventava una questione secondaria; il vero problema era la mancanza dei bisogni primari quali cibo, acqua e tutto ciò che concorreva a sopravvivere.

‘Bisogna guardarsi dal senno di poi -sostiene l’autore ricordando le domande a lui rivolte riguardo all’esperienza auschwitziana-, bisogna guardarsi dall’errore che consiste nel giudicare epoche e luoghi lontani col metro che prevale nel qui e nell’oggi: errore tanto più difficile da evitare quanto più è grande la distanza nel tempo e nello spazio’. Insomma, ardua è la comprensione dell’evento per chi non l’ha visto e vissuto.

‘L’esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dei Lager nazisti è estranea alle nuove generazioni dell’Occidente, e sempre più estranea si fa a mano a mano che passano gli anni.’

passi scelti
1. La zona grigia

Levi prende in considerazione quasi esclusivamente il lato interiore dell’uomo che ha dovuto subire le atrocità del campo di Auschwitz.

La rete dei rapporti umani nel Lager non è riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori, poiché esso è un mondo terribile e indecifrabile. Non è possibile una distinzione netta tra bene e male in quanto esiste la cosiddetta zona grigia, formata da prigionieri collaboratori che aiutano i nazisti nelle funzioni di controllo e di amministrazione del campo. I nazisti caricano tali collaboratori di colpe per legarli più strettamente a loro e per impedire eventuali tradimenti. Alcuni usarono la loro posizione privilegiata per aiutare concretamente i compagni, altri usarono senza scrupoli il loro potere praticamente illimitato, in quanto privo di controllo dal basso.

La maggior parte dei fenomeni storici e naturali non sono semplici, o non semplici della semplicità che piacerebbe a noi. Ora, non era semplice la rete  dei rapporti umani all’interno dei Lager: non era riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori. In chi legge (o scrive) oggi la storia dei Lager è evidente la tendenza, anzi il bisogno, di dividere il male dal bene, di  poter parteggiare, di ripetere il gesto di Cristo nel Giudizio Universale: qui i giusti, là i reprobi. Soprattutto i giovani chiedono chiarezza, il taglio netto; essendo scarsa la loro esperienza del mondo, essi non amano l’ambiguità. La loro aspettazione, del resto, riproduce con esattezza quella dei nuovi arrivati in Lager, giovani o no: tutti, ad eccezione di chi avesse già attraversato un’esperienza analoga, si aspettavano di trovare un mondo terribile ma decifrabile, conforme a quel modello semplice che atavicamente portiamo in noi, «noi» dentro e il nemico fuori, separati da un confine netto, geografico.

L’ingresso nei lager era invece un urto per la sorpresa che portava in sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitare era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il <<noi>> perdeva i suoi confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno. Si entrava sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura, ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano; c’erano invece mille monadi sigillate, e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua. Questa rivelazione brusca, che si manifestava fin dalle prime ore di prigionia, spesso sotto forma di un’aggressione concentrica da parte di coloro in cui si sperava di ravvisare i futuri alleati, era talmente dura da far crollare subito la capacità di resistere. Per molti è stata mortale, indirettamente o anche direttamente: è difficile difendersi da un colpo a cui non si è preparati.

[…]

Prima di discutere partitamente i motivi che hanno spinto alcuni prigionieri a collaborare in varia misura con l’autorità dei Lager, occorre però affermare con forza che davanti a casi umani come questi è imprudente precipitarsi ad emettere un giudizio morale. Deve essere chiaro che la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) è sempre difficile da valutare.

[…]

Nella enorme maggioranza dei casi, il loro comportamento è stato ferreamente obbligato: nel giro di poche settimane o mesi, le privazioni a cui erano sottoposti li hanno condotti ad una condizione di pura sopravvivenza, di lotta quotidiana contro la fame, il freddo, la stanchezza, le percosse, in cui lo spazio per le scelte (in specie, per le scelte morali) era ridotto a nulla; fra questi, pochissimi hanno sopravvissuto alla prova, grazie alla somma di molti eventi improbabili: sono insomma stati salvati dalla fortuna, e non ha molto senso cercare fra i loro destini qualcosa di comune, al di fuori forse della buona salute iniziale.

[…]

Un ordine infero, qual era il nazionalsocialismo, esercita uno spaventoso potere di corruzione, da cui è difficile guardarsi. Degrada le sue vittime e le fa simili a sé, perché gli occorrono complicità grandi e piccole. Per resistergli, ci vuole una ben solida ossatura morale, e quella di cui disponeva Chaim Rumkowski, il mercante di Lódz, insieme con tutta la sua generazione, era fragile: ma quanto forte è la nostra, di noi europei di oggi? Come si comporterebbe ognuno di noi se venisse spinto dalla necessità e in pari tempo allettato dalla seduzione?

La   storia  di   Rumkowski  è   la   storia  incresciosa  e   inquietante dei Kapos e dei funzionari dei Lager; dei gerarchetti che servono un regime alle cui colpe sono volutamente ciechi; dei subordinati che firmano tutto, perché una firma costa poco; di chi scuote il capo ma acconsente; di chi dice « se non lo facessi io, lo farebbe un altro peggiore di me.

(Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986, pp.  25 – 26)
2. La vergogna

Il passo seguente tratta il problema della vergogna provata appena dopo la liberazione del campo di Auschwitz da Levi e dimostra come l’essere liberati non sempre sia un fatto positivo. Inoltre spiega il perché non sempre gli scampati vengano ringraziati come ci si aspetterebbe.

A mio avviso, il senso di vergogna o di colpa che coincideva con la riacquistata libertà era fortemente composito: conteneva in sé elementi diversi, ed in proporzioni diverse per ogni singolo individuo. Va ricordato che ognuno di noi, sia oggettivamente, sia soggettivamente, ha vissuto il Lager a suo modo.

All’uscita dal buio, si soffriva per la riacquistata consapevolezza di essere stati menomati. Non per volontà né per ignavia né per colpa, avevamo tuttavia vissuto per mesi o anni ad un livello animalesco: le nostre giornate erano state ingombrate dall’alba alla notte dalla fame, dalla fatica, dal freddo, dalla paura, e lo spazio di riflettere, per ragionare, per provare affetti, era annullato. Avevamo sopportato la sporcizia, la promiscuità e la destituzione soffrendone assai meno di quanto ne avremmo sofferto nella vita normale, perché il nostro metro morale era mutato. Inoltre, tutti avevamo rubato: alle cucine, alla fabbrica, al campo, insomma <<agli altri>>, alla controparte, ma sempre furto era; alcuni (pochi) erano discesi fino a rubare il pane al proprio compagno. Avevamo dimenticato non solo il nostro paese e la nostra cultura, ma la famiglia, il passato, il futuro che ci eravamo rappresentato, perché, come animali, eravamo ristretti al momento presente. Da questa condizione di appiattimento eravamo esciti solo a rari intervalli, nelle pochissime domeniche di riposo, nei minuti fugaci prima di cadere nel sonno, durante la furia di bombardamenti aerei, ma erano uscite dolorose, proprio perché ci davano occasione dal di fuori la nostra diminuzione.

(Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi Tascabili, p.57)
3. Il senso di colpa

E dopo la liberazione? In queste pagine Levi esprime il disagio e i sensi di colpa che spesso pervadono i sopravvissuti. Siamo forse vissuti al posto di un altro? In genere i migliori muoiono, afferma l’autore, sono i peggiori che riescono a sopravvivere. Si comprende qui perché è meglio non chiedere mai ad un ex-deportato se si sente in colpa nei confronti dei suoi compagni di sventura.
Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più utile, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere: ti esamini, passi in rassegne i tuoi ricordi, sperando di ritrovarli tutti, e che nessuno di loro si sia mascherato o travestito; no, non trovi trasgressioni palesi, non hai soppiantato nessuno, non hai picchiato (ma ne avresti avuto la forza?), non hai accettato cariche (ma non ti sono state offerte…), non hai rubato il pane di nessuno; tuttavia non lo puoi escludere. E’ solo una supposizione, anzi, l’ombra di un sospetto: che ognuno sia il Caino di suo fratello, che ognuno di noi (ma questa volta dico “noi” in un senso molto ampio, anzi universale) abbia soppiantato il suo prossimo, e viva in vece sua. E’ una supposizione, ma rode; si è annidata profonda, come un tarlo; non si vede dal di fuori, ma rode e stride.

(Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986, p. 62)

4. Basta non vedere, non ascoltare, non fare

Primo Levi accusa tutti coloro che non si sono fatti carico delle loro responsabilità fingendo di non vedere ed afferma che i primi a provare vergogna per quanto successo sono proprio loro: i sopravvissuti che testimoniano la tragedia.
[…] E c’è un’altra vergogna più vasta, la vergogna del mondo. E’ stato detto memorabilmente da John Donne, e citato innumerevoli volte, a proposito e non, che “nessun uomo è un’isola”, e che ogni campana di morte suona per ognuno. Eppure c’è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsi toccato: così hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani, nell’illusione che il non vedere fosse un non sapere, e che il non sapere li alleviasse dalla loro quota di complicità o connivenza. Ma a noi lo schermo dell’ignoranza voluta, il “partial shelter” di T.S.Elliot, è stato negato: non abbiamo potuto non vedere. Il mare di dolore, passato e presente, ci circondava, ed il suo livello è salito di anno in anno fino quasi a sommergerci. Era inutile chiudere gli occhi o volgergli le spalle, perché era tutto intorno, in ogni direzione fino all’orizzonte. Non ci era possibile, e non abbiamo voluto essere isole; i giusti fra noi, non più né meno numerosi che in qualsiasi altro gruppo umano, hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perché sentivano che questo era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l’uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.

(Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986, pp. 66 – 67)

5. La parola è caduta in disuso

Gli uomini non vengono più considerati tali, ma  scono scambiati per animali e l’uso della parola  per comunicare è caduto in disuso.

L’uso della parola per comunicare il pensiero, questo meccanismo necessario e sufficiente affinché l’uomo sia uomo era caduto in disuso.

Era un segnale: per quegli altri, uomini non eravamo più: con noi, come con le vacche e i muli, non c’era una differenza una differenza sostanziale tra l’urlo e il pugno,

(Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986, p. 70)

6. Un monito per le generazioni future

L’importanza della testimonianza per le generazioni future e  il dovere di parlare.

Nell’ultimo passo vien posto il problema della “banalità del male” e della normalizzazione della Shoah.

L’esperienza di cui siamo portatori noi superstiti dei Lager nazisti è estranea alle nuove generazioni dell’Occidente, e sempre più estranea si và facendo a mano a mano che passano gli anni. Per i giovani degli anni ’50 e ’60, erano cose dei loro padri: se ne parlava in famiglia, i ricordi conservavano ancora la freschezza delle cose viste. Per i giovani di questi anni ’80, sono cose dei loro nonni: lontane, sfumate,”storiche”. Essi sono assillati dai problemi d’oggi, diversi,urgenti: la minaccia nucleare, la disoccupazione, l’esaurimento delle risorse, l’esplosione demografica, le tecnologie che si rinnovano freneticamente ed a cui occorre adattarsi. La configurazione del mondo è profondamente mutata, l’Europa non è più il centro del pianeta.

[…] Per noi, parlare con i giovani è sempre più difficile. Lo percepiamo come un dovere, ed insieme come un rischio: il rischio di apparire anacronistici, di non essere ascoltati. Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale ed inaspettato, fondamentale appunto perché inaspettato, non previsto da nessuno.

[…] Ci viene chiesto dai giovani, tanto più spesso insistentemente quanto più quel tempo si allontana chi erano, come erano fatti i nostri” aguzzini”… Invece erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male.’

(Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino, 1986, pp. 163 – 164 – 166)

 

 

…. PER CONTINUARE SUL SENTIERO DELLA MEMORIA

Questi sono i link dei bloggers che hanno aderito all’idea di postare
qualcosa per la giornata della memoria:

 

 

 

,
Pino Silvestri

About Pino Silvestri

Pino Silvestri, blogger per diletto, fondatore, autore di Virtualblognews, presente su Facebook e Twitter.
View all posts by Pino Silvestri →

0 thoughts on ““IL FILO DELLA MEMORIA” Campo di concentramento e sterminio di Auschwitz (Polonia)

  1. Patti, si sono aggiunti 3 nuovi bloggers: bestio, floreana e charlaile. Trovi i riferimenti da me 🙂

    Un bacio grande così… anche per questo post. Flor

  2. Bel lavoro, davvero complimenti.

    P.s. come segnalato a Flor il link di Menelao è errato. giounco invece di giunco…

    Ciao 🙂

  3. Un dovere il ricordo, un ricordo talmente tremendo che sommerse il salvato Levi.

    Ciao Patt,m.

  4. complimenti – ma se riesci sistema i copia incolla che hai fatto – hai ripetuto dei brani molte volte.

    mi piace perchè non parla solo di olocausto ebreo, ma solo di uomini – gli ebrei hanno pagato più di tutti ma non solo loro – per l’assurdità nazista – i semplici civili esoldati russi sono morti a milioni trucidati sul posto nei loro villaggi – l’uomo ha commesso negli anni a seguire altri orrori che hanno ucciso centinaia di migliaia di persone – anche tutte insieme – e non se ne parla quasi mai – perchè non hanno nè subito il carico – nè hanno la l’attuale potenza della comunità ebrea.

    ma non voglio essere frainteso – l’orrore di quello che è stato fatto agli ebrei non ne viene sminuito – anzi – che sia d’esempio, e non si pensi che sia tutto lì.

    ps. un solo appunto – parli spesso di uomini che diventano come animali – come se fosse sinonimo di una condizione di abbrutimento totale – guarda che certe cose le fanno solo gli uomini – un’animale nemmeno le concepirebbe – noi siamo molto peggio, se vogliamo – e lo dimostriamo ogni volta che possiamo – anche oggi.

  5. Storie e immagini talmente orrende che, davvero, viene voglia di cancellarle e dimenticare dalla memoria…

  6. ciaoo

    mi piace moolto questo tuo post..spero che quanto è scritto rimanga impresso nella mente di tutti quelli che lo leggeranno….!

    buona nottee

  7. Questa canzone mi ha sempre fatto venire un nodo alla gola..ma a parte la commozione è giusto nn dimenticare.nn si deve fare finta che nn sia accaduto nulla come certi addirittura asseriscono…è pazzesco..^^

  8. Ad Auschwitz tante persone,

    ma un solo grande silenzio;

    è strano: non riesco ancora

    a sorridere qui nel vento.

    Io chiedo come può l’uomo

    uccidere un suo fratello,

    eppure siamo a milioni

    in polvere qui nel vento.

  9. mi sa che lo abbiamo fatto un po’ tutti… anche senza metterci d’accordo.

    :)********

  10. uno scritto completo importante

    (se oggi è anche il tuo compli-blog, è un modo molto impegnato di ricordarlo, grazie di esserci, patt, anome di tutti gli amici dei battelli)

  11. Perdonami se non ho letto tutto il tuo post ma ho visto un lungo speciale alla tv e mi è bastato. Non si fa altro che parlare di tutto questo, ma mi chiedo, quanto di questo tornerà nella nostra mente tra qualche mese? Purtroppo ci si ricorda solo in occasione degli anniversari….

  12. questo post è stato davvero molto significativo per me.

    I miei genitori l’aano passato, in estate, sono andati in Polonia con gli scout ed hanno visitaato anche Auswitz, ma purtroppo io non sono potuta andare con loro perchè ero all’ultimo anno di branco, mentre loro erano capi clan.

    sarei veramente contenta se visitassi il mio blog che, anche se non è bello e succoso come il tuo, esprime quello che penso(esempio ho scritto un post. sull’ingiustizia del ridere davanti a film religiosi durante scene atroci come la lapidazione di S.Stefano).

    Baci, baci, il tuo blog è veramente super, by lampone

  13. grazie…è la sola cosa che riesco a dire…per questo e per tutto cio’ che senti…

    vorrei che tutti potessero leggere quanto hai documentato…saremmo tutti ancora piu’ consapevoli…

    un bacio Pat

  14. Il mio giorno della memoria – della mia – oggi e domani

    paradossale – come sempre la vita nel terzo millennio – quello che sto per dire

    ieri è stato anche un piacere – ho pianto (sì, lo ammetto) – ma sono stato anche felice

    mi sono fatto una maratona – lunga – e sono stato (credo) a leggervi uno per uno

    in questo mondo che ci ha divisi un pò tutti – ognuno chiuso nella sua singolarità

    è bello ritrovarsi insieme a delle persone – per quanto virtuali – a sentire le stesse cose

    io sono cresciuto in un’epoca un pò diversa – anche se non è passato molto

    molto è cambiato in fretta – e quel desiderio di collettivo – di amare insieme le stesse cose

    e anche di poterle cambiare in meglio – col corpo e la ragione – mente ed amore

    e lotta quando necessario – perchè i potenti non ci vogliono veramente liberi

    quel desiderio mi sembra perso – ma forse non per sempre – qualcosa resta

    nel fondo del cuore di molti – un pò dimenticato – ma poi venuto alla luce

    nel posto più impensato – nella rete – dei segreti di tutti

    ma che bella sorpresa – tutta questa bella gente intelligente

    che per strada non si riconosce più – nascosta nei suoi abiti abituali

    allora io spero – che ci potranno essere altri temi ed occasioni

    per provare almeno a ritrovarci un pò – contro il pensiero dominante

    contro il sentire indifferente – pasciuto e benestante – di niente

    magari sarò deluso ancora – non importa – morirei cmq senza sognare un pò

    voglio che la mia memoria del domani – non sia da ricordare con vergogna

    in questo mondo che rischia di precipitare ancora nell’abisso – non ve ne siete accorti?

    gurdate alla salute vostra – alla natura – ai popoli lontani e vicini – al futuro dei bambini

    se vogliamo che la storia cambi – come molti hanno detto – bisogna provarci adesso

    senza eroismi – ma anche senza l’indiffereza che quegli orrori ha permesso.

    ciao

  15. Buon sabato anche a te.

    Ieri sera e stanotte ha fatto altri 20 cm di neve (così sono 40!), ma a mezzogiorno, dopo telefonate e proteste, lo spazzaneve è arrivato anche qui:)))

    Spero che da te sia meno freddo che qui. Un baciotto-super-grande*

    P.S. Grazie a nome dei miei alunni.

Lascia un commento